lunedì 18 aprile 2022

Beati voi: senza vederlo credete in lui!

Davanti al fianco squarciato di Cristo, l'evangelista rende testimonianza e sottolinea: «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). Nella 1 Giovanni si legge ancora: «quello che abbiamo veduto e udito, noi lo annunciamo anche a voi, perché anche voi siate in comunione con noi. E la nostra comunione è con il Padre e con il Figlio suo, Gesù Cristo. Queste cose vi scriviamo, perché la nostra gioia sia piena» (1 Gv 1,3-4). Un annuncio, una testimonianza per la gioia, e per una gioia condivisa.

La gioia, la beatitudine, la felicità non sottraggono, comunque, dalle difficoltà del tempo presente. Così notiamo già dal testo delle beatitudini (cf. Mt 5,1-12).

Proprio al contesto delle persecuzioni rimanda la 1 Pietro, in cui si intrecciano gioia e afflizione, mentre la fede è messa alla prova: «Sia benedetto Dio e Padre del Signore nostro Gesù Cristo, che nella sua grande misericordia ci ha rigenerati, mediante la risurrezione di Gesù Cristo dai morti, per una speranza viva, per un'eredità che non si corrompe, non si macchia e non marcisce. Essa è conservata nei cieli per voi, che dalla potenza di Dio siete custoditi mediante la fede, in vista della salvezza che sta per essere rivelata nell'ultimo tempo. Perciò siete ricolmi di gioia, anche se ora dovete essere, per un po' di tempo, afflitti da varie prove, affinché la vostra fede, messa alla prova, molto più preziosa dell'oro - destinato a perire e tuttavia purificato con fuoco - torni a vostra lode, gloria e onore quando Gesù Cristo si manifesterà. Voi lo amate, pur senza averlo visto e ora, senza vederlo, credete in lui. Perciò esultate di gioia indicibile e gloriosa, mentre raggiungete la mèta della vostra fede: la salvezza delle anime» (1 Pt 1,3-9).

La 1 Pietro ricorda che credere senza avere visto il Risorto è motivo di beatitudine, ed è proprio ciò che è detto dal Signore Gesù dopo la confessione di fede di Tommaso: «Gli rispose Tommaso: "Mio Signore e mio Dio!". Gesù gli disse: "Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!". Gesù, in presenza dei suoi discepoli, fece molti altri segni che non sono stati scritti in questo libro. Ma questi sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e perché, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,28-31).

La conclusione di Giovanni 20 torna al motivo della trasmissione della testimonianza negli scritti: un annunzio che è un dono grande per ciascuno, perché si possa accoglierlo nella fede. Andare alle Scritture, leggere, meditare, sostare sulle Scritture è una opportunità speciale. Mentre generalmente si vuole vedere, toccare con mano, come Tommaso, si scopre che è l'ascolto che dona la vista, la vista della fede. È quanto avviene ai due in viaggio verso Emmaus: quando la parola fa ardere il cuore, si aprono gli occhi (cf. Lc 24,31-32). Così nella raffigurazione di san Paolo alla Cappella Palatina, nei mosaici: al Battesimo è raffigurato con le pupille, mentre un raggio di luce lo raggiunge all'orecchio. Scrive papa Francesco, istituendo la Domenica della Parola: «abbiamo urgente necessità di diventare familiari e intimi della Sacra Scrittura e del Risorto, che non cessa di spezzare la Parola e il Pane nella comunità dei credenti. Per questo abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi» (Aperuit illis 8).

La Scrittura fa risuonare tante beatitudini, oltre quelle che aprono il discorso sul monte (cf. Mt 5-7). Una beatitudine particolare la offre tutta la Scrittura, dando l'occasione, l'opportunità, tramite le sue pagine, di mettersi in ascolto della Parola. Per questo, in particolare gli evangelisti rendono testimonianza: perché si ascolti, si possa credere (cf. Rm 10,14-15), e si entri nella gioia piena. Il testo di Romani 10,14-15 ricorda il messaggero di lieti annunci: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: "Regna il tuo Dio"» (Is 52,7). L'immagine richiama i messaggeri che correvano a portare i grandi annunci, come quello della pace dopo tempi di guerra: si benedicono quei piedi che portano un 'lieto annuncio', un 'vangelo'. Le Scritture, allora, possono far esclamare quanto siano belli i cuori, le menti, le mani di coloro che hanno composto la testimonianza scritta su Gesù Signore. L'ascolto della Parola, l'accoglienza nella fede, il credere, è già vivere 'nello Spirito', in comunione col Padre e il Figlio. Tramite le sacre Scritture possiamo entrare in dialogo con il Signore che parla a noi oggi e, accogliendo la Parola, viviamo in comunione anche con i credenti di tutti i tempi.

Scrive Benedetto XVI: «Quanto più sapremo metterci a disposizione della divina Parola, tanto più potremo constatare che il mistero della Pentecoste è in atto anche oggi nella Chiesa di Dio. Lo Spirito del Signore continua ad effondere i suoi doni sulla Chiesa perché siamo condotti alla verità tutta intera, dischiudendo a noi il senso delle Scritture e rendendoci nel mondo annunciatori credibili della Parola di salvezza. […] noi riconosciamo ora di essere in comunione gli uni con gli altri, con chi ci ha preceduto nel segno della fede e con tutti coloro che, sparsi nel mondo, ascoltano la Parola, celebrano l’Eucaristia, vivono la testimonianza della carità. […] l’annuncio della Parola crea comunione e realizza la gioia. Si tratta di una gioia profonda che scaturisce dal cuore stesso della vita trinitaria e che si comunica a noi nel Figlio. Si tratta della gioia come dono ineffabile che il mondo non può dare. […] Secondo la Scrittura, la gioia è frutto dello Spirito Santo (cfr Gal 5,22), che ci permette di entrare nella Parola e di far sì che la divina Parola entri in noi portando frutti per la vita eterna. Annunciando la Parola di Dio nella forza dello Spirito Santo, desideriamo comunicare anche la fonte della vera gioia, non di una gioia superficiale ed effimera, ma di quella che scaturisce dalla consapevolezza che solo il Signore Gesù ha parole di vita eterna (cfr Gv 6,68)» (Verbum Domini 123).


domenica 3 aprile 2022

La preghiera nella prova

A Gerusalemme, la Basilica - nota come Chiesa delle Nazioni - che vuole ricordare la preghiera di Gesù nel Getsèmani (cf. Mt 26,36-46; Mc 14,32-42; Lc 22,40-46), e che si trova alla base del Monte degli Ulivi, è connotata all'interno da un colore cupo: è il tempo della prova. Inoltre, presso l'altare vi è una pietra circondata da elementi che richiamano delle trincee: l'architetto A. Barluzzi aveva davanti agli occhi il tempo drammatico appena vissuto della prima guerra mondiale.
La chiesa che si ammira è l'ultima realizzazione sul luogo venerato, 'a un tiro di sasso' (cf. Lc 22,41) dal luogo che ricorda l'arresto di Gesù.
La preghiera di Gesù, in quel momento drammatico presenta la preghiera come lotta. Un rimando è a Giacobbe che lottò con Dio: «Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora»  (Gen 32,25). La preghiera come lotta si risolve in una diminuzione-vincente: «l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché .hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!"» (Gen 32,26-29).
Nel Getsèmani Gesù lotta: la sua preghiera al Padre è vissuta nel tempo della paura e nell'angoscia (cf. Mc 14,33). Infine, torna dai discepoli - che si sono addormentati - pronto ad «essere consegnato nelle mani dei peccatori» (Mc 14,41).
Giacobbe esce sciancato dalla preghiera-lotta con Dio; Gesù si predispone allo svuotamento fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,7-8). Una diminuzione che non ha eguali. Ma proprio «per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: "Gesù Cristo è Signore!", a gloria di Dio Padre» (Fil 2,9-11).
La vittoria non è solo per lui, ma la offre a tutti i fratelli: «Conveniva infatti che Dio - per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria - rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all'assemblea canterò le tue lodi; e ancora: Io metterò la mia fiducia in lui; e inoltre: Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato. Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,10-15).
La preghiera come lotta, contendere con Dio, richiama anche Giobbe, che grida a Dio il suo dolore, chiedendo il perché delle sue sofferenze: «Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico? Ho esultato perché lo colpiva la sventura? Ho permesso alla mia lingua di peccare, augurandogli la morte con imprecazioni? La gente della mia tenda esclamava: "A chi non ha dato le sue carni per saziarsi?". All'aperto non passava la notte il forestiero e al viandante aprivo le mie porte. Non ho nascosto come uomo la mia colpa, tenendo celato nel mio petto il mio delitto, come se temessi molto la folla e il disprezzo delle famiglie mi spaventasse, tanto da starmene zitto, senza uscire di casa. Se contro di me grida la mia terra e i suoi solchi piangono a una sola voce, se ho mangiato il suo frutto senza pagare e ho fatto sospirare i suoi coltivatori, in luogo di frumento mi crescano spini ed erbaccia al posto dell'orzo. Oh, avessi uno che mi ascoltasse! Ecco qui la mia firma! L'Onnipotente mi risponda!» (Gb 31,29-38).
Nel dolore, Giobbe si rivolge a Dio: questa è la sua piccolezza-grandezza. I salmi mostrano come chi non ha altro aiuto, altro sostegno, altra forza, può gridare a Dio il suo dolore, e a lui affidarsi. Vi sono circostanze in cui ci si rende conto di non avere altri cui rivolgersi, né altri che possano rispondere alle proprie domande. Giobbe ha perso tutto, ma ha voce per gridare a Dio, e questa sarà la sua forza. Dio riconosce che Giobbe è stato saggio (cf. Gb 42,7). E Giobbe viene ricompensato oltre misura (cf. Gb 42,12-15).
Gesù in croce grida al Padre, e questo lo svela agli occhi del centurione che gli sta davanti come Figlio di Dio (cf. Mc 15,34-39). Gesù si mostra già in relazione col Padre, poi la luce della resurrezione splenderà appieno nel giorno Pasqua.
Il tempo del buio, di qualsiasi tipo di buio, evocato dall'interno della basilica, ha un termine: «Ma di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere. Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre» (Is 26,19). 
Per ciascuno vi è un tempo connotato dal buio, che non può essere affrontato da soli, con le sole proprie forze. Ma «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). Gesù attraversa il buio della prova e della morte, lo vince ed è il pastore che dà la vita per le sue pecore, perché abbiano la vita in abbondanza (cf. Gv 10,10-15).