mercoledì 27 maggio 2020

Nel giorno del Signore


Nella iconografia cristiana ricorrono simboli tratti dal libro dell'Apocalisse. In molte chiese e cattedrali, così - ad esempio - nella Cappella Palatina del Palazzo Reale a Palermo (all'interno di un medaglione posto in alto) e nella Cattedrale di Caltagirone (sul fondo, opera di Rupnik) è presente l'etimasia, i cui simboli rimandano all'attesa di Cristo nella sua venuta finale. Anche l'immagine dell'agnello immolato e vittorioso (altare Cattedrale di Caltagirone) rimanda all'Apocalisse.
Il libro dell'Apocalisse, in genere, risulta difficile; utilizza un linguaggio ed un genere letterario (apocalittico) presente nella letteratura giudaica, ed i simboli utilizzati attingono al linguaggio biblico: fuori da questo contesto, è problematico coglierne il senso. Il libro dell'Apocalisse, inoltre, non ha soltanto qualche brano di genere apocalittico: tutto il libro utilizza tale genere letterario. Per tentare di introdurre al libro, qualche sottolineatura.
Chi scrive è perseguitato per la fede (cf. Ap 1,9), e nel libro emergono i rimandi a questa situazione concreta, attraverso l'immagine di due bestie infide: una delle due bestie è identificata, tramite un simbolo numerico - seicentosessantasei -, con l'imperatore (cf. Ap 13).
Il libro dell'Apocalisse si colloca nel contesto della liturgia della domenica: la rivelazione di cui si parla - 'apocalisse' significa 'rivelazione' - accade 'nel giorno del Signore' (cf. Ap 1,10). Si parte da una porta aperta nel cielo (cf. Ap 4,1), una rivelazione limitata, al cielo aperto (cf. Ap 19,11). Colui che rivela è Cristo, ed è presentato con vari titoli, ad esempio: «Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre è ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,17-18). Negli scritti giovannei - di cui fa parte l'Apocalisse - Cristo emerge come il rivelatore (cf. Gv 1,18).
Nel contesto dell'adunanza per la celebrazione eucaristica domenicale, Cristo parla alla Chiesa, a tutte le Chiese, rappresentate da sette Chiese dell'Asia Minore: il numero sette richiama proprio la totalità. In tutto il libro, la rivelazione procede per settenari: sette Chiese, sette sigilli, sette trombe, sette flagelli.
Nella celebrazione eucaristica si ascolta la parola: la rivelazione rimanda all'opera di Dio che ha come vertice l'evento Cristo, ed è quanto narrato per simboli nei settenari. Nel contempo si avverte  di quale sia l'esito per la vita di ciascuno, nel caso non si accolga la parola (cf. sette flagelli presentati secondo la simbologia biblica, e non come eventi che devono verificarsi). La rivelazione tocca anche il cuore di ciascuno: il Verbo 'conosce' e svela la situazione di ciascuno (cf. Ap 2,2.9.13.19; 3,18.15), per esortare o richiamare alla conversione in questo tempo.
Tutto si dispiega attraverso la lettura di ciò cui il Verbo introduce, aprendo i sigilli di un rotolo che, se chiuso, non può essere letto. 
Qualche immagine: l'uomo creato in una situazione positiva, rappresentato su un cavallo bianco, decade per il peccato, e nella sua vita si introducono liti, fatica e stenti, morte; ciò scorre attraverso le immagini dei cavalli rosso, nero e verdastro (cf. Ap 6,1-8). La condizione originaria viene ripristinata dal Verbo di Dio, l'Agnello immolato che vince la morte, presentato su un cavallo bianco, mentre il suo mantello è intriso di sangue (cf. Ap 19,11-16).
Si annunzia un tempo in cui tale vittoria, già accaduta, non è ancora manifesta in modo pieno, ma lo sarà alla fine (cf. Ap 20,1-10). Seguirà il giudizio finale (cf. Ap 20,11-15) e la manifestazione del tempo futuro come una città di Gerusalemme che discende dal cielo (cf. Ap 21,1-7).
Poco prima dell'apparire del Verbo di Dio vittorioso su un cavallo bianco si ascolta: «Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello!» (Ap 19,9). 
In questo tempo, la Chiesa, la Sposa, la fidanzata dell'Agnello, animata dallo Spirito - nella celebrazione, dopo aver ascoltato la parola - invoca la venuta dello Sposo: «Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta, ripeta: "Vieni!". Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l'acqua della vita. [...] Colui che attesta queste cose dice: "Sì, vengo presto!". Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti» (Ap 21,17-21). 
Il Verbo di Dio, che è il Veniente, risponde venendo alla mensa eucaristica: egli è venuto, viene, e verrà. Il testo si chiude con un dialogo e un saluto di tono liturgico.
All'interno del libro un'immagine: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni» (Ap 12,1-6). La donna, raffigurata come Maria, la Madre - e così è entrata nell'iconografia cristiana -, richiama la Chiesa che vive nel tempo un pellegrinaggio custodita da Dio e, come il popolo di Israele che esce dall'Egitto, non viene travolta dalle acque (cf. Ap 12,13-18).

mercoledì 20 maggio 2020

Al pozzo di Samaria

Al pozzo di Sicar, Gesù incontra una donna samaritana (cf. Gv 4,1-42). Conosciamo bene l'episodio, in cui il dialogo, avviato da Gesù, conduce al suo rivelarsi a lei come Messia. Da qui, il raduno dei samaritani che riconoscono: «abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Tutto parte da una semplice domanda di Gesù: «Dammi da bere». Da una richiesta ordinaria si passa alle questioni tra Giudei e Samaritani, si parla di un'acqua-dono che è lo Spirito Santo (cf. Gv 7,37-39; 19,33-37), si arriva alla dichiarazione sul Messia, fatta da Gesù: «Sono io, che parlo con te».
È particolare il percorso che fa passare da questioni come quella riguardo il luogo giusto per adorare il Signore. Da Gesù, intanto, viene una parola inedita: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. [...] viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». A volte ci si dimentica dell'essenziale.
Sappiamo che Gesù non trascura il tempio né le feste a Gerusalemme, ma presso quel pozzo, con la sua parola, invita a riflettere: prima del luogo esteriore, vi è uno spazio interiore in cui accogliere il 'dono di Dio'; si tratta dello Spirito Santo, di cui in seguito dirà: «lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13).




martedì 19 maggio 2020

Annunzia la misericordia che il Signore ti ha usato

Sulla riva est del lago, a Kursi, si ricorda la guarigione dell'indemoniato di Gerasa (cf. Mc 5,1-20). Gerasa, in realtà, non è proprio vicinissima al mare. Matteo, facendo riferimento alla regione dei Gergeseni, indica una zona un po' più vicina al lago. Kursi, le cui rovine sono a 30 metri dal lago, e vicino ad un precipizio,  richiama molto bene la vicenda. La liberazione avviene nel territorio della Decapoli, a cui sarà indirizzata poi l'opera del guarito che: «si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati». Con l'uomo viene liberata tutta la regione, mentre si inaugura - come un anticipo - l'evangelizzazione tra i pagani; di questa viene incaricato di un uomo risanato, liberato. 
Nel brano, inizialmente, tutto parla di impurità: una regione pagana, un deserto, una zona di sepolcri. Ed in questo luogo vive un uomo indemoniato, di cui viene descritta la gravità della situazione, come nei casi in cui si prepara una guarigione miracolosa. La condizione dell'uomo è come vicina alla morte: vive in territorio di morti, è separato dagli altri, è un uomo ormai portato alla morte. 
Gesù prega, ma la liberazione non avviene immediatamente. Si avvia un dialogo che mostra che lo spirito conosce il nome Gesù, e la sua identità. Lo spirito, dal nome Legione, supplica Gesù. La Legione chiederà di non essere cacciata dalla regione, ma dichiarando il suo nome si consegna a Gesù stesso. La liberazione, infine, non sarà solo dell’uomo, ma della regione tutta. 
I mandriani portano la notizia in città e la gente va a vedere, quindi sono i testimoni di ciò che è accaduto: quello che era stato indemoniato, ora era vestito e sano di mente. 
Gesù dovrà andarsene, e non sarà suo compito portare il lieto annuncio in questa area: per primo lo farà proprio quest'uomo liberato. Mentre Gesù risaliva sulla barca, l'uomo liberato lo prega di permettergli di stare con lui. Gesù non glielo permise (cf. Mc 3,13-15), ma gli dà un incarico: annunziare nella sua casa quello che il Signore ha fatto e la misericordia che gli ha usato. Questi si mise a proclamare non solo a casa sua, ma nella Decapoli: risanato diventa il primo annunziatore-enangelizzatore nel territorio liberato.
      


sabato 16 maggio 2020

Perché sono caduti gli eroi?



A sud del Mare di Galilea vi è Bet Shean, una splendida città romano-bizantina, sorta in un luogo favorito dalla ricchezza di acqua. Un tell (altura tipica, che richiama per la forma un vulcano, sulla cui cima vi sono resti archeologici) custodisce le fasi più antiche del luogo: 18 città sovrapposte, di cui la prima vera e propria città è del 3000 a.C., ed è nominata in testi egiziani. Alle mura della città furono esposti i corpi di Saul e Gionata, dopo la disfatta ai monti di Gelboe (1004 a.C.). Si ricorda a tal proposito il lamento di Davide (cf. 2 Sam 1,17-27), in cui ricorre il ritornello: «Perché sono caduti gli eroi?».
Dopo l'epoca di Salomone si torna a parlare della città nel III secolo a.C., si trova ai piedi del tell ed ha il nome di Scitopoli. Assunse il nome di Nisa - rimando al culto di Dioniso - sotto Antioco IV (175-164 a.C.). Dal 107 a.C. sotto controllo ebraico; nel 63 a.C., da Pompeo la città fu inserita nella Decapoli.
La città si è sviluppata nel II secolo d.C. e divenne uno dei centri tessili dell'impero romano, nota per la produzione dei tessuti di lino.
Nel IV secolo vi era una rilevante presenza cristiana, mentre la città diventava la capitale della provincia della Palestina secunda.
Con la conquista araba riprese il nome di Beisan, ma intanto la città era in declino, e ciò si completò con il terremoto del 749.
Si ammirano oggi i resti della città: l'impianto delle strade e delle strutture, le terme e il teatro, il tempio e il ninfeo, la basilica e l'anfiteatro. Nel Monastero della Signora Maria si ammira un calendario musivo, in cui i mesi sono rappresentati attorno al sole e alla luna.

venerdì 15 maggio 2020

Sefforis

Non lontana da Nazareth vi è Sefforis, capitale della Galilea prima della fondazione di Tiberiade (17-20 d.C.). A 115 metri sopra la valle di Bet Netofah, permette uno sguardo sul paesaggio circostante: il nome (Sefforis o Zippori) ricorda questa postazione sopraelevata, perché posata su una cima come un uccello, tsippori.

La città tenne testa a Tolomeo VIII d'Egitto, poiché fortificata già dal 100 a.C.; fu, poi, sede del consiglio che governava la Galilea (57-55 a.C.). Erode il Grande la conquistò durante una tempesta di neve (38 a.C.), e vi ammassò armi. La città si ribellò a Varo, legato di Siria, il quale diede alle fiamme la città e fece schiavi gli abitanti. Nel 3 a.C. Erode il Grande decise di ricostruire la città. Dopo la fondazione di Tiberiade, la città passò in secondo piano. Nerone (54-68) la donò ad Agrippa II (53-100), e si chiamò Eirenopolis Neronias, città della pace di Nerone (nome presente nelle monete del 67-68). Con Adriano (117-139) si chiamò Diocesarea.

Sefforis fu sede di rilievo per l'ebraismo: vi abitarono grandi maestri ebrei, tra cui Judah ha-Nasi che completò la Mishnah (commento legislativo della Torah). 
Dal IV secolo vi è una presenza cristiana. Qui si è sviluppata una tradizione legata a sant'Anna: nel medioevo si riteneva che qui fossero nate Maria e la madre Anna.  

Il sito - inserito in un parco archeologico - è ricchissimo: la cittadella (edificio posto in alto), il teatro (parte con tracce del I secolo, poi risistemato nel III-IV secolo), il palazzo con mosaici (tra cui un noto volto di donna), resti della basilica, delle strade e di numerose case con pavimenti mosaicati (anche di stile nilotico), la sinagoga con un pavimento in mosaico con raffigurazioni.
La vicinanza della città con Nazareth fa ipotizzare la presenza in questa città di Giuseppe, per il suo lavoro di artigiano, e di Gesù che probabilmente lo accompagnava.

martedì 12 maggio 2020

Una torre la cui cima tocchi il cielo

In Genesi 11,1-9 si legge del desiderio degli uomini di competere con Dio stesso, di pensare di potere non aveva bisogno di lui. Questo viene espresso dalla decisione di farsi una città e una torre che tocchi il cielo. Un po' come nel giardino in Eden (cf. Gen 2,4a-3,24), l'uomo pensa di poter 'essere dio', senza Dio. «L'uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana» (Gaudium et Spes 14). Si inganna, però, l'uomo quando pensa di poter realizzare in pienezza le sue aspirazioni, che Dio stesso gli ha posto nel cuore, senza Dio. «La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce» (Gaudium et Spes 36).
Il racconto di Genesi 11 si chiude con la dispersione degli uomini, con la confusione delle lingue.
La torre che si innalza fino al cielo richiama le ziggurat, di cui se ne ammirano i resti soprattutto nella Mesopotamia. La ziggurat conservata meglio è a Choga Zanbil, nel territorio dell'Iran. 
Dopo questo racconto, in Genesi, con la chiamata di Abramo, inizia un dialogo tra Dio e l'uomo che, in Atti 2, arriva alla ricomposizione delle relazioni, alla comprensione tra persone di lingue diverse. Ciò accade per la presenza di Dio, la discesa dello Spirito Santo, perché Dio è amore (cf. 1 Gv 4,8).  

lunedì 11 maggio 2020

Ha fatto cose grandi!

Non lontano da Gerusalemme, in una zona montuosa (cf. Lc 1,39), si trova Ein Karem, dove - per antica tradizione - si fa memoria della visita di Maria ad Elisabetta e della nascita di Giovanni il Battista. Ad Ein Karem vi sono due chiese: una per la memoria della visitazione e dedicata al Magnificat (cf. Lc 1,46-55), ed una per la nascita del Battista e dedicata al Benedictus (cf. Lc 1,68-79). Magnificat e Benedictus - negli spazi esterni delle rispettive chiese - sono riportati in tutte le lingue del mondo. 
Resti di epoca bizantina si trovano presso la chiesa - del 1800 - dedicata alla nascita di Giovanni. La chiesa dedicata alla visitazione ha un piano inferiore, con tracce di epoca bizantina, e dove si ricorda anche la tradizione della salvezza di Giovanni dalla strage degli innocenti. Il piano superiore è dedicato alle lodi di Maria.
Presso il giardino del convento delle suore di Nostra Signora di Sion è sepolto A.M. Ratisbonne (1814-1884), ebreo per nascita che, mentre era a Roma, a Sant'Andrea delle Fratte ebbe la visione di Maria (20/1/1842): da ciò cominciò un percorso che lo portò al cattolicesimo, al sacerdozio, e al trasferirsi in Palestina col fratello, anch'egli sacerdote (dal 1830) e fondatore delle Religiose di Nostra Signora di Sion.
Ein Karem rimanda al cosiddetto vangelo dell'infanzia di Luca (cf. Lc 1-2), in cui emerge la fede di Maria. Inoltre, da Maria si apprende a lodare con lei 'Colui che fa cose grandi'.  







sabato 9 maggio 2020

Il lieto annuncio di bene

Tra i mosaici dedicati a Paolo nella Cappella Palatina (Palermo, Palazzo dei Normanni), uno ha al centro il suo Battesimo. Dalla raffigurazione - densa come lo è sempre una immagine della iconografia bizantina - traiamo un elemento: un raggio di luce arriva all'orecchio di Paolo.
Della vocazione di Paolo - in genere indicata come 'conversione' - parlano Atti degli Apostoli (cf. At 9,1-19; 22,3-16; 26,1-23) e la Lettera ai Galati (cf. Gal 1,11-24). In Galati vi è narrata l'esperienza dal protagonista stesso, che la presenta come una rivelazione che ha ricevuto: Dio si è compiaciuto di rivelare in lui il Figlio. In Atti si dà estrema importanza all'avvenimento, tanto da riportarlo tre volte, e in due casi come riferendo la testimonianza resa da Paolo in due diversi contesti, Gerusalemme e Cerarea.
Qui ci si sofferma su un elemento iconografico: il racconto in Atti parla di una luce che abbaglia, che fa perdere la vista, mentre si sente una voce. I racconti, inoltre, per questi elementi presentano delle differenze: ad esempio, in Atti 22 si legge che i compagni di viaggio di Paolo vedono la luce ma non sentono la voce.
Nell'immagine, la luce non colpisce gli occhi, ma l'orecchio. Paolo acquista la vista: è raffigurato con le pupille, a differenza dell'immagine che lo presenta a terra abbagliato da quella luce. Ciò richiama che l'accoglienza della parola, l'ascolto, genera la fede, che è luce. La fede quale luce-vista, è tema presente in vari scritti biblici (cf. ad esempio Lc 24,13-35; Gv 9) e nella liturgia cristiana, per cui il battesimo è detto anche la santa Illuminazione. Ascoltare, inoltre, significa non semplicemente 'sentire', ma prendere sul serio e 'fare' quanto si è accolto, sulla linea di quanto è implicito nel comando: «Ascolta, Israele» (Dt 6,4), invito di Dio a seguire la sua parola, a ripeterla ai figli, e a non dimenticarsene nel tempo del benessere (cf. Dt 6,4-13). 
Nel caso di Paolo, la parola irrompe nella sua vita con un evento straordinario. Poi Paolo stesso diviene annunciatore, evangelizzatore: viene costituito per portare l'annuncio (cf. Gal 1,15-17). Paolo scrive in Romani 10,14-15: «come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!».


venerdì 8 maggio 2020

Fissò lo sguardo su Pietro


La chiesa di San Pietro in Gallicantu richiama il rinnegamento di Pietro (cf. Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 22,54-62; Gv 18,15-18.25-27).
Presso la chiesa, una strada romana ricorda il cammino di Gesù dal cenacolo all'orto degli ulivi, e - dopo l'arresto - il percorso verso la casa del sommo sacerdote.
Vicino alla chiesa vi è il cimitero cattolico in cui è sepolto O. Schindler (1908-1974), ricordato per aver salvato più di mille ebrei dallo sterminio nazista.


Luca mette in evidenza l'importanza delle relazioni con Cristo, perché ci sia un cambiamento. Nel corso della cena, mentre si sta avvicinando il momento della prova, Gesù aveva detto a Simon Pietro: «ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32).
Subito dopo l'arresto, Luca narra del rinnegamento e del pentimento di Pietro, il quale sarà quindi al seguito di Gesù fino alla fine: alla croce Luca annota che erano lì tutti i suoi conoscenti (cf. Lc 23,49).
Tra il rinnegamento e il pentimento vi è lo sguardo di Gesù. Al canto del gallo «il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte"». Luca sottolinea come sia - più che il canto del gallo - il mettersi in relazione con quello sguardo che porti Pietro al pianto, segnando l'inizio di un tempo nuovo.



giovedì 7 maggio 2020

Il Carmelo

Il Carmelo - il termine significa 'giardino' - è un crinale montuoso che termina nel promontorio che sporge sul mare, a nord della costa del territorio di Israele. Nella Bibbia è immagine di grandezza, di bellezza, di forza e di splendore (cf. ad esempio Is 35,2, Ger 46,18 e Ct 7,6). Il luogo fu abitato fin dall'età della pietra. Fu considerato luogo sacro a partire dai fenici e, in  testi egiziani dell'XI secolo a.C., viene indicato come 'promontorio santo'. Vespasiano - sbarcato a Tolemaide nel 66 d.C., località più a nord -, prima della sua campagna militare offrì un sacrificio su questo monte al Dio del luogo, un Dio senza volto. 

Ai piedi del promontorio oggi vi è la moderna città di Haifa con il suo porto. Al Museo navale e dell'immigrazione clandestina si ricordano le vicende - spesso con esiti tragici - degli ebrei che tentarono di entrare nella terra, prima della costituzione dello Stato di Israele.
Ad Haifa vi è il santuario Bahai (un gruppo religioso che si è staccato dal ramo sciita dell'Islam).

Il Carmelo ricorda la figura di Elia, e per le tradizioni legate al profeta fu luogo di presenza di eremiti. Nel XII secolo vi si insediarono monaci eremiti devoti a Maria, che in seguito furono detti carmelitani.
Sul Carmelo vi è un luogo - Muhraqa - che ricorda la sfida di Elia con i falsi profeti (cf. 1 Re 18,17-41); mentre si usa ricordare presso il santuario, sorto attorno ad una 'grotta di Elia', il ritorno della pioggia dopo i tre anni di siccità (cf. 1 Re 18,42-46).
In questo santuario, oltre al ricordo di Elia, si venera Maria del Monte Carmelo. Tale tradizione è legata ai monaci devoti di Maria, che  assunsero il nome di carmelitani. In particolare, fu san Simone Stock che, mentre era in Inghilterra (i monaci dovettero abbandonare il luogo dopo la sconfitta dei crociati), ebbe una visione di Maria che gli consegnava lo scapolare come abito dell'ordine.
Ad Elia, che pregò perché tornasse in vita il figlio della vedova che lo ospitava (cf. 1 Re 17,17-24), vengono affidati i bambini; e nella sua memoria (20 luglio) al santuario si recano in tanti, delle diverse confessioni religiose.


mercoledì 6 maggio 2020

Vino buono a Cana

Cana è un villaggio vicino a Nazareth. Vi sono due siti individuati come la Cana di Galilea segnalata dal Vangelo di Giovanni (cf. Gv 2,1; 4,49). In uno dei due siti, quello più visitato dai pellegrini, vi è una chiesa recente (1881) che in un livello inferiore del pavimento ha una iscrizione del IV-V secolo in aramaico.
A Cana di Galilea, in Giovanni, hanno inizio i 'segni', indicatori dell'identità di Gesù (cf. Gv 2,1-12). Gesù si fa conoscere, si rivela, attraverso segni e parole: è il modo con cui nella Bibbia Dio si fa conoscere. Giovanni presenta sette segni, un numero che dice pienezza, completezza, senza per questo tacere che compiva alche altri miracoli-segni: questo viene sottolineato subito dopo la narrazione del primo segno a Cana (cf. Gv 2,23; 3,2). In Giovanni, Gesù si trova a Cana anche quando compie il secondo segno, che chiude una prima fase della sua rivelazione: è la Vita, come è indicato fin dall'inizio del Vangelo di Giovanni (cf. Gv 1,4; 14,6).
In Giovanni 2,1-12, in un contesto di nozze Gesù si rivela come 'lo Sposo' (cf. Ap 21-22; Mc 2,18-22), e ciò nell'Antico Testamento rimanda a Dio-Sposo di Israele (cf. ad esempio Is 54,5; Os 1-2). 
Nel testo è presentata la madre di Gesù col titolo 'donna', che sarà ripreso da Gesù alla croce (cf. Gv 19,26). La madre è immagine della Chiesa. Nell'Apocalisse - testo sempre dell'area giovannea - la visione della donna vestita di sole, immagine della chiesa, richiama la madre (cf. Ap 12).
La presenza della madre a Cana mostra la fede della madre che dice: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Segue il segno: vino buono, sempre, e fino alla fine. È il dono dello Sposo Gesù. L'abbondanza di vino e la bontà di quel vino, richiamano i tempi del Messia, e il brano si chiude affermando che i discepoli credettero in Gesù.


martedì 5 maggio 2020

Il Pane della vita

 Lungo la riva del lago di Tiberiade, il Mare di Galilea, a Tabga - lato ovest del lago - si fa memoria della moltiplicazione dei pani. Il nome Tabga deriva da Heptapegon, sette sorgenti. 

La chiesa moderna (1982) riproduce l'edificio del V secolo. Sotto l'attuale pavimento, in alcuni punti della chiesa, si vedono le tracce del pavimento della chiesa del IV secolo.
Il pavimento del V secolo rispecchia i gusti del tempo, con raffigurazioni che richiamano l'ambiente del Nilo (è anche raffigurato un nilometro).
Il mosaico più noto, però, è quello sotto l'altare, che rimanda alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.




Da Marco e Matteo sono ricordate due moltiplicazioni dei pani, ciascuna da una parte del lago: ad ovest in territorio con presenza, in maggioranza, di giudei (cf. Mc 6,33-44; Mt 14,13-21); e ad est del lago in territorio con presenza, soprattutto, di pagani (cf. Mc 8,1-10; Mt 15,32-39). Ciò indica che il dono è per tutti, ed è un dono sovrabbondante: rimangono ceste di pane, e i numeri delle ceste - dodici e sette - indicano la pienezza del dono per giudei e pagani. Luca riporta soltanto la prima moltiplicazione (cf. Lc 9,10-17), perché poco dopo comincia a narrare del cammino di Gesù verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51), senza inserire alcuna deviazione da questo percorso.
Giovanni presenta la moltiplicazione dei pani dal lato est del lago ma con caratteristiche che richiamano la prima moltiplicazione dei pani (cf. Gv 6,1-15). Colloca l'evento nella vicinanza della festa di Pasqua. Inoltre, segue nella sinagoga di Cafarnao (cf. Gv 6,59) il discorso di Gesù sul Pane che viene dal cielo, il Pane della vita (cf. Gv 6,30-59).
Nelle moltiplicazioni dei pani vi è un rimando all'ultima cena e all'istituzione dell'Eucaristia: il segnale è dato, ad esempio, dai verbi utilizzati. Il discorso riportato in Giovanni 6,30-59 sul Pane che dà la vita, e che è il corpo di Gesù stesso, provoca l'abbandono da parte di coloro che lo avevano seguito perché avevano mangiato i pani che Gesù aveva donato, ma non avevano capito il senso dell'evento della moltiplicazione dei pani. Non hanno visto il 'segno'. La difficoltà di comprensione tocca tutti. Marco mostra che dopo due moltiplicazioni dei pani, i discepoli non si rendono conto di avere con sé 'il Pane': stanno per salire sulla barca e si preoccupano, perché hanno con sé 'un pane solo' (cf. Mc 8,14-21).
Dopo il discorso sul Pane di vita, difficile da comprendere, Pietro - facendo la sua professione di fede - dichiara, comunque, che non si allontanerà da Gesù, perché lui solo ha parole di vita eterna (cf. Gv 6,66-69).

lunedì 4 maggio 2020

Masada

Masada, di fronte al Mar Morto, nel deserto, si erge come una rocca inespugnabile. Il luogo fu fortificato da Alessandro Ianneo (103-76 a.C.). Nel 43 a.C. Erode il Grande la conquistò, e vi mise al sicuro i familiari nel corso del contrasto con Antigono. In quella occasione, Erode verificò l'importanza strategica del luogo, perché durante un acquazzone una cisterna si riempì d'acqua, elemento fondamentale per vivere in una regione desertica. Tra il 39 e il 31 a.C., Erode rese la località adatta ad un soggiorno anche lungo. I resti dei palazzi sono notevoli. 
A Masada si rifugiarono gli zeloti nel corso della prima rivolta giudaica contro i romani (66 d.C.). I romani, al comando di Flavio Silva, circondarono Masada: sono ancora visibili i segni degli accampamenti romani. Gli zeloti avrebbero potuto resistere a lungo. I romani cominciarono a costruire una rampa per arrivare alla vetta della rocca: anche della rampa sono visibili i segni. Constatato che prima o poi i romani sarebbero entrati a Masada, gli zeloti, guidati da Eleazaro, decisero di togliersi la vita per non diventare schiavi. I romani, entrando a Masada (74 d.C.), rimasero colpiti dal coraggio di questi che avevano preferito la morte alla schiavitù. La vicenda è narrata da Flavio Giuseppe nella Guerra giudaica. Per queste vicende, Masada assume una forte valenza simbolica per Israele.
Oltre ai resti delle costruzioni erodiane, vi sono quelli delle realizzazioni degli zeloti.
Nella sinagoga si sono trovati frammenti dei Canti dei servizi del sabato, testo proveniente da Qumran, che si trova più a nord sempre di fronte al Mar Morto; Qumran fu occupata dai romani dal 68 fino alla caduta di Masada nel 74.
In epoca bizantina a Masada si insediarono dei monaci (V secolo): si tratta di una delle esperienze di monachesimo nel deserto. Anche di questa presenza vi sono le tracce, quali i resti di una piccola chiesa con pavimento mosaicato.


sabato 2 maggio 2020

Maria di Magdala

Dal quarto secolo, Maria di Magdala fu identificata con la donna peccatrice di Luca 7,36-50. Ciò avvenne, probabilmente, perché viene nominata subito dopo quell'episodio (cf. Lc 8,2). In realtà, nel Vangelo di Luca si tratta di due personaggi distinti, e nulla dagli altri vangeli porta a richiamare la peccatrice. Maria di Magdala è una discepola (cf. Lc 8,2-3); era parte di quel gruppo di donne che seguivano e servivano Gesù (cf. Mc 15,40-41 e Mt 27,55-56). I verbi usati, parlando delle donne al seguito di Gesù, connotano i discepoli. Le donne avranno anche il ruolo di testimoni della morte, sepoltura e resurrezione di Gesù (cf. Mt 27,55-56.61; 28,1,-10; Mc 15,40-41.47; Mc 16,1-11; Lc 23,49.55-56; Lc 24,1-11). Alla fine del Vangelo di Giovanni, Maria di Magdala è posta in evidenza come la prima portatrice del Vangelo, tipo, immagine, della Chiesa che evangelizza (cf. Gv 20,1-18).
Muovendosi da Nazareth, facendo il percorso in uso prima che vi fossero le attuali strade, si arriva a Magdala - nella pianura di Ginnosar - sulla riva del lago di Tiberiade, il mare di Galilea; alla fine si passa sotto la rocca di Arbel, su cui vi sono le tracce di un villaggio del II secolo a.C.: Arbel ricorda le vicende dei Maccabei, la guerra di Erode il Grande contro Antigono per dominare il territorio, e la rivolta giudaica. Ad Arbel vi fu una presenza giudaica almeno fino all'VIII secolo.
Magdala era una ricca città col porto. Gli scavi archeologici - che testimoniano la bellezza della città - hanno messo in evidenza una sinagoga. In particolare, la Pietra di Magdala, un basamento di marmo del 66 d.C., riporta l'immagine della Menorah del tempio di Gerusalemme: testimonianza importante, perché precede la distruzione del tempio del 70 d.C.