Nella iconografia cristiana ricorrono simboli tratti dal libro dell'Apocalisse. In molte chiese e cattedrali, così - ad esempio - nella Cappella Palatina del Palazzo Reale a Palermo (all'interno di un medaglione posto in alto) e nella Cattedrale di Caltagirone (sul fondo, opera di Rupnik) è presente l'etimasia, i cui simboli rimandano all'attesa di Cristo nella sua venuta finale. Anche l'immagine dell'agnello immolato e vittorioso (altare Cattedrale di Caltagirone) rimanda all'Apocalisse.
Il libro dell'Apocalisse, in genere, risulta difficile; utilizza un linguaggio ed un genere letterario (apocalittico) presente nella letteratura giudaica, ed i simboli utilizzati attingono al linguaggio biblico: fuori da questo contesto, è problematico coglierne il senso. Il libro dell'Apocalisse, inoltre, non ha soltanto qualche brano di genere apocalittico: tutto il libro utilizza tale genere letterario. Per tentare di introdurre al libro, qualche sottolineatura.
Chi scrive è perseguitato per la fede (cf. Ap 1,9), e nel libro emergono i rimandi a questa situazione concreta, attraverso l'immagine di due bestie infide: una delle due bestie è identificata, tramite un simbolo numerico - seicentosessantasei -, con l'imperatore (cf. Ap 13).
Il libro dell'Apocalisse si colloca nel contesto della liturgia della domenica: la rivelazione di cui si parla - 'apocalisse' significa 'rivelazione' - accade 'nel giorno del Signore' (cf. Ap 1,10). Si parte da una porta aperta nel cielo (cf. Ap 4,1), una rivelazione limitata, al cielo aperto (cf. Ap 19,11). Colui che rivela è Cristo, ed è presentato con vari titoli, ad esempio: «Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre è ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,17-18). Negli scritti giovannei - di cui fa parte l'Apocalisse - Cristo emerge come il rivelatore (cf. Gv 1,18).
Nel contesto dell'adunanza per la celebrazione eucaristica domenicale, Cristo parla alla Chiesa, a tutte le Chiese, rappresentate da sette Chiese dell'Asia Minore: il numero sette richiama proprio la totalità. In tutto il libro, la rivelazione procede per settenari: sette Chiese, sette sigilli, sette trombe, sette flagelli.
Nella celebrazione eucaristica si ascolta la parola: la rivelazione rimanda all'opera di Dio che ha come vertice l'evento Cristo, ed è quanto narrato per simboli nei settenari. Nel contempo si avverte di quale sia l'esito per la vita di ciascuno, nel caso non si accolga la parola (cf. sette flagelli presentati secondo la simbologia biblica, e non come eventi che devono verificarsi). La rivelazione tocca anche il cuore di ciascuno: il Verbo 'conosce' e svela la situazione di ciascuno (cf. Ap 2,2.9.13.19; 3,18.15), per esortare o richiamare alla conversione in questo tempo.
Tutto si dispiega attraverso la lettura di ciò cui il Verbo introduce, aprendo i sigilli di un rotolo che, se chiuso, non può essere letto.
Qualche immagine: l'uomo creato in una situazione positiva, rappresentato su un cavallo bianco, decade per il peccato, e nella sua vita si introducono liti, fatica e stenti, morte; ciò scorre attraverso le immagini dei cavalli rosso, nero e verdastro (cf. Ap 6,1-8). La condizione originaria viene ripristinata dal Verbo di Dio, l'Agnello immolato che vince la morte, presentato su un cavallo bianco, mentre il suo mantello è intriso di sangue (cf. Ap 19,11-16).
Si annunzia un tempo in cui tale vittoria, già accaduta, non è ancora manifesta in modo pieno, ma lo sarà alla fine (cf. Ap 20,1-10). Seguirà il giudizio finale (cf. Ap 20,11-15) e la manifestazione del tempo futuro come una città di Gerusalemme che discende dal cielo (cf. Ap 21,1-7).
Poco prima dell'apparire del Verbo di Dio vittorioso su un cavallo bianco si ascolta: «Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello!» (Ap 19,9).
In questo tempo, la Chiesa, la Sposa, la fidanzata dell'Agnello, animata dallo Spirito - nella celebrazione, dopo aver ascoltato la parola - invoca la venuta dello Sposo: «Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta, ripeta: "Vieni!". Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l'acqua della vita. [...] Colui che attesta queste cose dice: "Sì, vengo presto!". Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti» (Ap 21,17-21).
Il Verbo di Dio, che è il Veniente, risponde venendo alla mensa eucaristica: egli è venuto, viene, e verrà. Il testo si chiude con un dialogo e un saluto di tono liturgico.
All'interno del libro un'immagine: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni» (Ap 12,1-6). La donna, raffigurata come Maria, la Madre - e così è entrata nell'iconografia cristiana -, richiama la Chiesa che vive nel tempo un pellegrinaggio custodita da Dio e, come il popolo di Israele che esce dall'Egitto, non viene travolta dalle acque (cf. Ap 12,13-18).




