sabato 16 ottobre 2021

La preghiera in terra d'esilio

 
Nel territorio dell'attuale Iran vi sono i resti archeologici di Susa.

A Susa si colloca l'inizio del libro di Neemia con la sua preghiera, in cui esprime la sofferenza per la lontananza dalla terra di Canaan: «O Signore, Dio del cielo, Dio grande e tremendo, che mantieni l'alleanza e la fedeltà con quelli che ti amano e osservano i tuoi comandi, sia il tuo orecchio attento, i tuoi occhi aperti per ascoltare la preghiera del tuo servo; io prego ora davanti a te giorno e notte per gli Israeliti, tuoi servi, confessando i peccati che noi Israeliti abbiamo commesso contro di te; anch'io e la casa di mio padre abbiamo peccato. [...] Ricòrdati della parola che hai affidato a Mosè, tuo servo: "Se sarete infedeli, io vi disperderò fra i popoli; ma se tornerete a me e osserverete i miei comandi e li eseguirete, anche se i vostri esiliati si trovassero all'estremità dell'orizzonte, io di là li raccoglierò e li ricondurrò al luogo che ho scelto per farvi dimorare il mio nome". Ora questi sono tuoi servi e tuo popolo, che hai redento con la tua grande forza e con la tua mano potente. O Signore, sia il tuo orecchio attento alla preghiera del tuo servo e alla preghiera dei tuoi servi, che desiderano temere il tuo nome; concedi oggi buon successo al tuo servo e fa' che trovi compassione presso quest'uomo». (Ne 1,5-11). Di seguito, la richiesta al re sarà accolta e si potrà organizzare il ritorno, il cammino verso la terra.
Susa è il luogo della diaspora dove si colloca anche la vicenda di Ester e Mardocheo, narrata nel libro di Ester. Dopo l'intervento di Aman presso il re Assuero: «Il tredici del primo mese furono chiamati i segretari del re, e in conformità agli ordini di Aman, fu scritto ai satrapi del re, ai governatori di ogni provincia e ai capi di ogni popolo, a ogni provincia secondo il suo modo di scrivere e a ogni popolo secondo la sua lingua. Lo scritto fu redatto in nome del re Assuero e sigillato con l'anello reale. Questi documenti scritti furono spediti per mezzo di corrieri in tutte le province del re, perché si distruggessero, si uccidessero, si sterminassero tutti i Giudei, giovani e vecchi, bambini e donne, in un medesimo giorno, il tredici del dodicesimo mese, cioè il mese di Adar, e si saccheggiassero i loro beni. Una copia dell'editto, che doveva essere promulgato in ogni provincia, fu resa nota a tutti i popoli, perché si tenessero pronti per quel giorno. I corrieri partirono in tutta fretta per eseguire l'ordine del re e il decreto fu promulgato nella cittadella di Susa. Mentre il re e Aman stavano a gozzovigliare, la città di Susa era costernata» (Est 3,12-15).
La Dei Verbum 15 sottolinea che l'Antico Testamento ci consegna un grande patrimonio di preghiere. Riprendiamo parte della preghiera di Ester, riportata dal testo greco di Ester 4,17: «Mio Signore, nostro re, tu sei l'unico! Vieni in aiuto a me che sono sola e non ho altro soccorso all'infuori di te, perché un grande pericolo mi sovrasta. Io ho sentito fin dalla mia nascita, in seno alla mia famiglia, che tu, Signore, hai preso Israele tra tutte le nazioni e i nostri padri tra tutti i loro antenati come tua eterna eredità, e hai fatto per loro tutto quello che avevi promesso. [...] Non consegnare, Signore, il tuo scettro a quelli che neppure esistono. Non permettere che ridano della nostra caduta; ma volgi contro di loro questi loro progetti e colpisci con un castigo esemplare chi è a capo dei nostri nostri persecutori. Ricòrdati, Signore, manifèstati nel giorno della nostra afflizione e da' a me coraggio, o re degli dèi e dominatore di ogni potere. Metti nella mia bocca una parola ben misurata di fronte al leone e volgi il suo cuore all'odio contro colui che ci combatte, per lo sterminio suo e di coloro che sono d'accordo con lui. Quanto a noi, salvaci con la tua mano e vieni in mio aiuto, perché sono sola e non ho altri che te, Signore! [...] La tua serva, da quando ha cambiato condizione fino ad oggi, non ha gioito, se non in te, Signore, Dio di Abramo. O Dio, che su tutti eserciti la forza, ascolta la voce dei disperati, liberaci dalla mano dei malvagi e libera me dalla mia angoscia!». Dio ascolta la preghiera e le sorti sono capovolte. Il libro di Ester, infatti, motiva l'origine della festa ebraica di Purim (Sorti), e ne è il rotolo - il libro - della festa. È uno dei cinque rotoli festivi (meghillot): Cantico dei Cantici (Pesach - Pasqua), Rut (Shavuot - Settimane o Pentecoste), Lamentazioni (Tisha b'Av - 9 di Av, Commemorazione della distruzione del Tempio), Qoèlet (Sukkot - Capanne), Ester (Purim - Sorti).
Ancora la visione di Daniele 8 rimanda a Susa (cf. Dn 8,2): nella visione si guarda all'esito della storia; si susseguono popoli oppressori, ma il tempo di ciò avrà una fine. In un contesto di persecuzione - quella di Antioco IV, II sec. a.C. - si invita alla fedeltà all'unico Dio, Signore della storia.

sabato 29 maggio 2021

Beati nel dare

In Atti degli Apostoli, Paolo rivolge un discorso di addio, come un testamento spirituale, agli anziani di Efeso; questo discorso si trova all'interno della narrazione di Atti 20,15-38. Cosa era accaduto precedentemente? Paolo è stato ad Efeso circa tre anni, e di questa lunga sosta Atti riferisce in particolare due avvenimenti. Il primo è un successo di Paolo, il secondo lo costringe a lasciare la città. Il primo racconto riguarda gli esorcisti che cercano di agire usando il nome di Gesù, «quel Gesù che Paolo predica» (At 19,13): vengono messi a mal partito dai demoni e la città si ravvede dalle pratiche magiche (cf. At 19,11-20). Il secondo episodio riguarda gli orefici che tramano contro Paolo, perché il diffondersi di questa nuova dottrina finirebbe con il limitare i loro affari (cf. At 19,23-41). 
Dalle lettere di Paolo si intuisce che ad Efeso vi è stata una prigionia di Paolo durissima, su cui Atti non dice nulla (cf. 2 Cor 2,4): l'autore di Atti tace probabilmente per riguardo alla personalità di Paolo, per non mettere in rilievo una situazione particolarmente grave che lo ha riguardato. È da questa prigionia che si pensa sia stata scritta la Lettera ai Filippesi, lettera indirizzata alla comunità più cara a Paolo (cf. Fil 1,3-11; 4,10-20).
I fatti gravi verificatisi ad Efeso, compreso il complotto degli orefici, motivano il fatto che l'ultimo saluto di Paolo agli anziani della città si svolga a Mileto (cf. At 20,17). In questa sosta del viaggio verso Gerusalemme, Paolo manda a chiamare i responsabili della comunità di Efeso e annunzia che il suo è un saluto definitivo: non rivedranno più il suo volto (cf. At 20,25).
Proprio ad Efeso, Paolo matura l'idea di recarsi a Gerusalemme e poi a Roma per rendere la sua testimonianza a Cristo (cf. At 19,21). Il viaggio verso Gerusalemme, in particolare, lo mostra quale vero discepolo che si mette sulle orme del Maestro: nell'opera lucana Gerusalemme è la meta verso la quale Gesù si rivolge decisamente, nonostante sappia cosa dovrà affrontare lì (cf. Lc 9,51). Lo stesso fa Paolo: sa che lo attendono catene e tribolazioni, ma è deciso ad andare a Gerusalemme (cf. At 20,22-24; 21,8-14).
Nel suo discorso a Mileto, Paolo raccomanda agli anziani di Efeso di avere cura dell'annuncio, rivolto a tutti, come ha fatto lui stesso per tutto il tempo in cui è stato presso di loro (cf. At 20,18-21).
All'interno del discorso è trasmessa una beatitudine non riportata dai vangeli: «Si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20,35).
Ad Efeso giunse Apollo, che poi ebbe un gran ruolo nella comunità di Corinto (cf. At 18,24-19,1).
Conosciamo una Lettera agli Efesini: in realtà, la prima redazione di questa lettera di Paolo fa pensare ad un altro indirizzo originario. Infatti, nella lettera, Paolo si rivolge ad una comunità che sembra non conoscerlo direttamente, e ad Efeso è stato per circa tre anni: Paolo scrive che pensa che abbiano sentito parlare del suo ministero (cf. Ef 3,1-4). Vi è da ricordare che le lettere di Paolo venivano copiate e trasmesse, tanto che presto furono patrimonio delle varie comunità cristiane (cf. 2 Pt 3,15-16); il testo che è entrato in uso è indirizzato agli Efesini.
Di Efeso si ammirano ancora oggi tracce imponenti della città. La foto ritrae i resti della  biblioteca di Celso, costruita tra il 110 e il 135 d.C. dal console Giulio Aquila in onore del padre Giulio Celso Polemeno governatore della provincia asiatica: è una delle testimonianze della grandiosità di Efeso che in epoca romana (II sec. a.C. – III sec. d.C.) fu la capitale della provincia d’Asia.



sabato 8 maggio 2021

Una sinagoga del I secolo d.C.

A Gamla (o Gamala) si ammirano i resti di una delle sinagoghe del I secolo d.C. che si trovano in Israele. Gamla si trova nel territorio a nord-est del lago di Tiberiade, la Gaulanitide, il Golan.
Gamla rimanda alla storia della rivolta giudaica contro i romani. Essendo posizionata su un'altura, dalla cui forma deriva il suo nome che significa 'cammello', fu un luogo della resistenza dei gruppi giudaici: «Gamla non si era sottomessa confidando ancor più di Iotapata nelle sue difese naturali. Da un'alta montagna si protende infatti uno sperone dirupato il quale nel mezzo s'innalza in una gobba che dalla sommità declina con uguale pendio sia davanti sia di dietro, tanto da rassomigliare al profilo di un cammello; da questo trae il nome [...]. Sui fianchi e di fronte termina in burroni impraticabili mentre è un po' accessibile di dietro, dove è come appesa alla montagna; ma anche qui gli abitanti, scavando una fossa trasversale, avevano sbarrato il passaggio» (Guerra IV, 4-6). 
Pur essendo stata fortificata, per difenderla dagli attacchi esterni (cf. Guerra II, 574 e 4, 9-10), Gamla nel 67 cadde nelle mani dei romani: la storia della fine di Gamla ricalca un po' quella che successivamente si verificherà a Masada. I romani entrarono dopo aver costruito una rampa: tra i giudei vi furono quelli che si suicidarono buttandosi dalla collina e quelli che furono trucidati. «I romani arrivarono sulla sommità, li accerchiarono e senza dar tregua presero a farne strage, non solo di quelli con le armi in pugno, ma anche di quelli che alzavano le mani [...]. Allora i più pii dei giudei, stretti da ogni parte e disperando di salvarsi, si gettarono con le mogli e i figli nel precipizio che era stato scavato fino a grandissima profondità sotto la rocca» (Guerra IV, 78-79). Narra Flavio Giuseppe che si salvarono solo due donne (Guerra IV, 82).
Oggi i resti di Gamla si ammirano all'interno di un'ampia area di grande interesse naturalistico.

venerdì 7 maggio 2021

Al Giordano

Il Giordano nasce dall'Hermon e rapidamente scende verso il basso: da qui viene il significato del suo nome, perché 'in rapida caduta'. Quando le acque sono abbondanti, si ammirano le sue cascate. Presto forma un piccolo lago nella piana di Hule, per arrivare un po' più in basso al lago di Galilea, o di Tiberiade, che si trova circa a 200 metri sotto il livello del mare. Esce poi dal lago e arriva al Mar Morto che si trova a circa 400 metri sotto il livello del mare. Lungo il suo percorso, il Giordano attraversa territori tra di loro molto diversi: dapprima una zona verdeggiante, a ridosso dei monti del Libano; intorno al lago di Galilea vi è una ricca vegetazione di tipo sub tropicale; dopo poco più a sud il fiume attraversa un territorio desertico fino al Mar Morto. 
Il Giordano ha una forte valenza simbolica. Seppure la terra conquistata dal popolo di Israele si estenda ad est oltre il Giordano, e il regno di Davide abbia una ampia espansione al di là della terra di Canaan, il Giordano rimane il luogo simbolo del passaggio, dell'ingresso nella terra. Attraversando il Giordano, il popolo entra nella terra guidato da Giosuè (cf. Gs 3). Tale passaggio è ricordato nel Salmo 114,3.5.
Elia attraversa il Giordano con Eliseo, andando verso est, prima di essere rapito in cielo su un carro di fuoco. Tornando sui suoi passi, Eliseo attraversa il Giordano e inizia a svolgere il suo ministero (cf. 2 Re 2,1-15).
Del Giordano è ricordata la magnificenza (cf. Zc 11,3), anche se non si tratta di un fiume possente: e pensiamo al commento di Naaman il Siro che lo mette a confronto con i fiumi della sua terra (cf. 2 Re 5,12). Naaman, di fatto, viene guarito dalla lebbra ascoltando le parole del profeta Eliseo e bagnandosi sette volte nel Giordano (2 Re 5,1-19).
Agli inizi dei vangeli, si colloca presso il Giordano la predicazione di Giovanni il Battista e il battesimo di Gesù, dopo il quale Gesù inaugura il tempo del suo ministero pubblico: da qui 'entra' nella terra e si reca nella Galilea cominciando a portare il lieto annuncio: «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta. Da allora Gesù cominciò a predicare e a dire: "Convertitevi, perché il regno dei cieli è vicino"» (Mt 4,12-17).
Presso il Giordano, laddove Giovanni battezzava, ha inizio il cammino dei discepoli di Gesù, come narra Giovanni: «Il giorno dopo Giovanni stava ancora là con due dei suoi discepoli e, fissando lo sguardo su Gesù che passava, disse: "Ecco l'agnello di Dio!". E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: "Che cosa cercate?". Gli risposero: "Rabbì - che, tradotto, significa Maestro -, dove dimori?". Disse loro: "Venite e vedrete". Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,35-39). Rimasero con lui: la pienezza della gioia sarà poi nel 'rimanere in lui' (cf. Gv 15,4-11).





 

lunedì 19 aprile 2021

Da Nazareth può venire qualcosa di buono?

«Morto Erode, ecco, un angelo del Signore apparve in sogno a Giuseppe in Egitto e gli disse: "Àlzati, prendi con te il bambino e sua madre e va' nella terra d'Israele; sono morti infatti quelli che cercavano di uccidere il bambino". Egli si alzò, prese il bambino e sua madre ed entrò nella terra d'Israele. Ma, quando venne a sapere che nella Giudea regnava Archelao al posto di suo padre Erode, ebbe paura di andarvi. Avvertito poi in sogno, si ritirò nella regione della Galilea e andò ad abitare in una città chiamata Nàzareth, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo dei profeti: "Sarà chiamato Nazareno"» (Mt 2,19-23). Il Vangelo di Matteo fa riferimento ad una citazione che, in realtà, non è rintracciabile nell'Antico Testamento. Anzi, Nazareth non è mai nominata nell'Antico Testamento, e ciò ci rimanda alle parole di Natanaele: «Da Nàzareth può venire qualcosa di buono?» (Gv 1,46).
Ma è proprio a Nazareth che ha inizio la vicenda centrale della storia della salvezza: «E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria, gloria come del Figlio unigenito che viene dal Padre, pieno di grazia e di verità» (Gv 1,14). 
A Nazareth ci rimanda Luca: «Al sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nàzareth, a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, di nome Giuseppe. La vergine si chiamava Maria.  Entrando da lei, disse: "Rallégrati, piena di grazia: il Signore è con te"» (Lc 1,26-28).
A Nazareth è identificata la grotta dell'annunciazione tra le grotte-case abitate al tempo di Gesù; un piccolo centro, il cui perimetro è all'incirca quello oggi occupato da due chiese: la basilica dell'Annunciazione e la chiesa di San Giuseppe. 
L'insediamento dei tempi di Gesù è stato rintracciato attraverso gli scavi guidati dall'archeologo francescano C.B. Bagatti. Si sono individuati resti di vari secoli: un mosaico del IV secolo; resti bizantini della metà del V secolo; parti della chiesa crociata (XII secolo). La chiesa francescana (1730) fu abbattuta per procedere con gli scavi, ed alla fine è stata edificata - preservando quanto emerso con gli scavi - l'attuale basilica (1955): la chiesa inferiore si raccoglie attorno alla grotta dell'annunciazione; la chiesa superiore rende lode a Maria, richiamando le immagini di Maria venerate nel mondo.
Nel piccolo museo annesso alla chiesa dell'Annunciazione si ammira la prima iscrizione dedicata a Maria: Χε Μαρια (Xe Maria), abbreviazione di Χαίρε Μαρία (Rallegrati Maria), da cui l'invocazione "Ave Maria". Questa iscrizione mostra come il culto verso Maria sia sorto prima del Concilio di Efeso (431), che diede grande impulso allo stesso.
A Nazareth ci si sofferma sulla figura di Maria: non ancora sposata, non aveva uno status sociale, e viveva in un posto marginale, una periferia. Come dirà Maria nel Magnificat, Dio capovolge le situazioni e innalza gli umili (cf. Lc 1,46-55): «tutte le generazioni mi chiameranno beata».
Proprio in riferimento alla 'piccolezza' di Nazaret, ed alla vita nascosta di Gesù, trascorsa lì per circa trent'anni, si pensa all'esperienza di Charles de Foucauld (15 settembre 1858 - 1 dicembre 1916): quello di Nazareth fu un tempo speciale del suo percorso spirituale, la cui memoria è custodita dalle Clarisse di Nazaret, in una piccola stanza-museo; i Piccoli Fratelli di Gesù custodiscono il luogo dove visse, e che precedentemente era sede delle Clarisse. 
Il 5 gennaio 1964, Paolo VI - primo Papa pellegrino in Terra Santa - volle ricordare alcuni insegnamenti che vengono da Nazareth: il silenzio, il modo di vivere in famiglia e la lezione del lavoro. «In primo luogo essa ci insegna il silenzio. Oh! se rinascesse in noi la stima del silenzio, atmosfera ammirabile ed indispensabile dello spirito: mentre siamo storditi da tanti frastuoni, rumori e voci clamorose nella esagitata e tumultuosa vita del nostro tempo. Oh! silenzio di Nazareth, insegnaci ad essere fermi nei buoni pensieri, intenti alla vita interiore, pronti a ben sentire le segrete ispirazioni di Dio e le esortazioni dei veri maestri. Insegnaci quanto importanti e necessari siano il lavoro di preparazione, lo studio, la meditazione, l’interiorità della vita, la preghiera, che Dio solo vede nel segreto. Qui comprendiamo il modo di vivere in famiglia. Nazareth ci ricordi cos’è la famiglia, cos’è la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile; ci faccia vedere com’è dolce ed insostituibile l’educazione in famiglia, ci insegni la sua funzione naturale nell’ordine sociale. Infine impariamo la lezione del lavoro. Oh! dimora di Nazareth, casa del Figlio del falegname! Qui soprattutto desideriamo comprendere e celebrare la legge, severa certo ma redentrice della fatica umana; qui nobilitare la dignità del lavoro in modo che sia sentita da tutti; ricordare sotto questo tetto che il lavoro non può essere fine a se stesso, ma che riceve la sua libertà ed eccellenza, non solamente da quello che si chiama valore economico, ma anche da ciò che lo volge al suo nobile fine; qui infine vogliamo salutare gli operai di tutto il mondo e mostrar loro il grande modello, il loro divino fratello, il profeta di tutte le giuste cause che li riguardano, cioè Cristo nostro Signore».


sabato 17 aprile 2021

Memoria di Maria a Gerusalemme

A Gerusalemme, in un quartiere che oggi si trova fuori dalle mura della città vecchia, si trova la chiesa della Dormitio (1910): qui si ricorda la morte di Maria. 
In questa zona, che è ricordata come la Santa Sion, oltre alla chiesa della Dormitio si trova il Cenacolo. Al tempo di Gesù quest'area era all'interno delle mura della città. 

La tradizione più antica colloca a Gerusalemme la morte di Maria, come ricorda il Patriarca di Gerusalemme san Sofronio (634-638). Dopo il 431, e quindi dopo la proclamazione al Concilio di Efeso del titolo di Maria Madre di Dio, sorge la tradizione che colloca le vicende di Maria ad Efeso.

La Dormitio di Maria, che nella tradizione occidentale - con una diversa prospettiva teologica - è detta Assunzione, è narrata da testi apocrifi. Presso gli Ortodossi vi è una grande venerazione della Dormitio, di cui sono segno le icone. Per i Cattolici viene definito il dogma dell'Assunzione di Maria da Pio XII (Munificentissimus Deus, 1 novembre 1950). 

Sono diversi i testi apocrifi sul Transito di Maria. In uno dei testi, si narra che Tommaso non arrivò per tempo - come gli altri apostoli - attorno a Maria morente, ma ebbe la visione del corpo di Maria che saliva al cielo. Quando trovò gli altri in pianto, disse che il corpo non era lì dove dichiaravano di averlo sepolto. Pietro lo prese per incredulo, come lo era stato davanti all'annunzio della resurrezione (cf. Gv 20,25); a questo punto tolsero la pietra e non vi trovarono il corpo, secondo quanto aveva affermato Tommaso.

A Gerusalemme, un altro luogo ricorda la sepoltura di Maria e la sua assunzione al cielo: la sua tomba vuota è analoga a quella del sepolcro di Gesù. Si tratta di una tomba posta in evidenza e compatibile col I secolo d.C. È collocata nella Valle di Giosafat (identificata nella Valle del Cedron), come indicato nel Transito di Maria (II-III sec. d.C.). Anche per la tomba di Maria dal 431 vi è una tradizione ad Efeso; il Patriarca Giovenale di Gerusalemme (451-458 d.C) sottolineò come sia più fondata la tradizione di Gerusalemme, e - certamente dal VI sec. d.C. - vi è una chiesa che custodisce la tomba di Maria.

Dietro la tomba si ammira una bella icona di Maria.




giovedì 8 aprile 2021

Giuseppe Figlio di Davide

Matteo 1-2 presenta Giuseppe: i due capitoli sono indicati come 'vangelo dell'infanzia'; in realtà non vi è una narrazione dell'infanzia di Gesù, ma una lettura teologica del mistero di Gesù Messia, in cui ruolo speciale ha Giuseppe. Giuseppe è figlio di Giacobbe, e richiama un altro Giuseppe - anche questi figlio di Giacobbe -, e come questi ha rivelazioni in sogno (cf. Gen 37-50). Giuseppe è chiamato dall'angelo "Figlio di Davide", titolo che viene riservato a Gesù Messia (cf. Mt 15,22; 20,30-31; 21,9.15). Ma Giuseppe, della famiglia di Davide, quale padre legale di Gesù ha il compito di inserirlo in quella discendenza da cui si attende il Messia: gli darà il nome. Di Giuseppe si dice che è uomo giusto (cf. Mt 1,19): rispettoso della Legge, già la vive secondo quella 'giustizia maggiore' che rispecchia l'insegnamento di Gesù (cf. Mt 5,20); e davanti alla conoscenza della gravidanza di Maria, Giuseppe non pensa al ripudio (cf. Mt 5,27-28.31-32; 19,3-10). Giuseppe è chiamato a custodire Gesù e la madre, e riceve rivelazioni da Dio in sogno: ascolta quanto gli viene rivelato, perché Dio parla anche attraverso il sogno, che in qualche modo si correla alla profezia. Nel Vangelo di Matteo i sogni sono volti alla salvezza di Gesù, e nei primi capitoli anche della madre. In Matteo 1-2 vi sono cinque sogni, di cui uno è per i Magi, quattro per Giuseppe: Giuseppe e i Magi ascoltano e provvedono alla salvezza di Gesù. Non sarà la stessa cosa alla fine del Vangelo di Matteo, dove un altro sogno, della moglie di Pilato, non produrrà l'effetto sperato: quella parola non viene ascoltata. 
Non vi sono in Matteo 1-2 parole dette da Giuseppe. Giuseppe agisce: prende con sé Maria e dà il nome a Gesù (cf. Mt 1,24-25); porta il bambino e la madre in Egitto (cf. Mt 2,14); li riporta nella terra d'Israele (cf. Mt 2,21); si ritira in Galilea, a Nazareth (cf. Mt 2,22-23). Nella lettera apostolica Patris corde (8 dicembre 2020), papa Francesco cita Paolo VI, che fa notare come la paternità di Giuseppe si sia «espressa concretamente "nell’aver fatto della sua vita un servizio, un sacrificio, al mistero dell’incarnazione e alla missione redentrice che vi è congiunta; nell’aver usato dell’autorità legale, che a lui spettava sulla sacra Famiglia, per farle totale dono di sé, della sua vita, del suo lavoro; nell’aver convertito la sua umana vocazione all’amore domestico nella sovrumana oblazione di sé, del suo cuore e di ogni capacità, nell’amore posto a servizio del Messia germinato nella sua casa"».
A differenza dei quattro vangeli canonici, i vangeli apocrifi si soffermano abbondantemente sulla figura di Giuseppe, e la comunità cristiana ha sviluppato una grande devozione nei confronti di Giuseppe: segno ne sono le opere d'arte e le tradizioni popolari.
Dalla preghiera di Gesù alla morte di Giuseppe nella Soria di Giuseppe falegname: «Chiunque, nel giorno della tua memoria e in tuo nome, avrà dato cibo ai miseri, ai poveri, alle vedove e agli orfani faticando con le sue mani, per tutti i giorni della sua vita non sarà privato dei beni. [...] Al povero, che non può fare alcuna delle cose sopra menzionate, [...] qualora gli nasca un figlio gli dia il nome Giuseppe. Così in quella famiglia non vi sarà mai in eterno miseria». Da una parte andiamo alle tante raffigurazioni della morte di Giuseppe con Gesù al suo fianco, dall'altra alle tavole per i poveri del 19 marzo, tradizione diffusa in varie località.
Un ruolo nella diffusione della devozione verso san Giuseppe ebbe santa Teresa d'Avila, che si affidò alla sua protezione nelle difficoltà incontrate per la riforma dell'ordine del Carmelo, riuscendo a superarle: Teresa pensò che poiché Gesù obbediva a Giuseppe sulla terra (cf. Lc 2,51), certamente anche nei cieli avrebbe ascoltato ogni sua richiesta.
Tante sono le raffigurazioni di Giuseppe, in questa pagina ve ne è una di fattura recente, opera di un iconografo maltese, e che si trova nella chiesa di Santa Caterina d'Alessandria a Betlemme, annessa alla Basilica della Natività.
Papa Francesco chiude la Patris corde con un'invocazione a Giuseppe:
Salve, custode del Redentore,
e sposo della Vergine Maria.
A te Dio affidò il suo Figlio;
in te Maria ripose la sua fiducia;
con te Cristo diventò uomo.
O Beato Giuseppe, mostrati padre anche per noi,
e guidaci nel cammino della vita.
Ottienici grazia, misericordia e coraggio,
e difendici da ogni male. Amen.



 

domenica 4 aprile 2021

In Galilea lo vedrete

«Videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d'una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: "Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l'avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: "Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto"» (Mc 16,5-7).

In Matteo (cf. Mt 28,5-7) e Marco, si rimanda all'incontro con il Risorto in Galilea. Matteo dà un particolare risalto alla Galilea, luogo delle Genti: la predicazione di Gesù comincia proprio da questa area. «Quando Gesù seppe che Giovanni era stato arrestato, si ritirò nella Galilea, lasciò Nàzaret e andò ad abitare a Cafàrnao, sulla riva del mare, nel territorio di Zàbulon e di Nèftali, perché si compisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Terra di Zàbulon e terra di Nèftali, sulla via del mare, oltre il Giordano, Galilea delle genti! Il popolo che abitava nelle tenebre vide una grande luce, per quelli che abitavano in regione e ombra di morte una luce è sorta» (Mt 4,12-16). L'annuncio non è solo per Israele, ma per tutti i popoli. Come Gesù comincia a predicare in Galilea, così faranno i discepoli in Matteo: sul monte in Galilea vengono inviati (cf. Mt 28,16-20).

Se da una parte, evidenziamo la valenza della Galilea in Matteo, dall'altra riprendiamo l'immagine del giovane in bianche vesti che si trova in Marco. Solo Marco, qualche pagina prima, parla di un giovane presente all'arresto di Gesù (cf. Mc 14,51-52). Dopo che tutti hanno abbandonato Gesù (cf. Mc 14,50), c’è un giovane che lo segue. Questi è il discepolo per eccellenza, colui che partecipa dell’esperienza del suo Signore e Maestro. Proprio un giovane, della cerchia più ristretta, è il discepolo che lo segue anche quando tutti lo hanno abbandonato, e partecipa pienamente della passione di Gesù. Certo, il momento è di grande smarrimento: fugge via nudo. Scrive Amos: «Il più coraggioso fra i prodi fuggirà nudo in quel giorno!» (Am 2,16). Il giovane ha il corpo ricoperto da un lenzuolo: il termine, sindone, ricorre poi per il telo che avvolgerà il corpo di Gesù. Viene afferrato: il verbo ricorre più volte per parlare dell’arresto di Gesù. Solo Marco al capitolo 16 torna a parlare di un giovane (neaniskos), e questi annuncia la resurrezione. Il giovane è in bianche vesti, non più ricoperto da un lenzuolo che rimanda al corpo mortale, a Gesù morto: ora è rivestito, dal Signore. La veste bianca richiama la resurrezione: è la veste di quelli che sono davanti al trono dell’Agnello (cf. Ap 7,9-17). Il giovane non ha nome, come il discepolo amato in Giovanni, quindi ciascuno si può ritrovare in questa figura: discepolo che ‘segue’ sempre e comunque il Maestro, che partecipa della sua passione e della sua gloria. È il testimone che annuncia, proprio perché è stato con lui. In questo giovane ciascuno è chiamato a vivere l’intimità con il Signore Gesù, e ad accogliere l’invito a ‘seguirlo sempre’ anche quando tutti lo abbandonano, a partecipare delle sue sofferenze e della sua gioia, e ad essere testimone del Vangelo. 




sabato 3 aprile 2021

L'annuncio della resurrezione

Nella Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, un altare è dedicato all'incontro del Risorto con Maria di Magdala nel mattino della Pasqua (cf. Gv 20,1-18). Maria è la prima annunciatrice del Vangelo: di lei si dice che va ad evangelizzare. In lei, discepola, si vede la Chiesa che evangelizza.
Nella Basilica del Santo Sepolcro o della Resurrezione, ogni giorno si celebra il mistero di Cristo morto, sepolto e risorto, in particolare con una processione che, percorrendo tutta la chiesa fa memoria dei vari momenti della passione, per concludersi con la grande gioia dell'incontro col Risorto.
Ogni giorno, al Santo Sepolcro, la processione guidata dai francescani fa la penultima sosta all'altare dedicato a Maria di Magdala, e fa cantare: "gustano le primizie del gaudio pasquale coloro che, tra tutti, lo hanno più amato" (prima ferunt gaudia, qui plus ardebant ceteris). Ancora di Maria di Magdala si canta: "Essa non teme di stare presso la croce e s’accosta, ansiosa, al Sepolcro senza timore della ferocia dei soldati: l’amore vince ogni timore" (Adstare non timet cruci, sepulcro inhaeret anxia, truces nec horret milites, pellit timorem caritas).
Anche la sequenza del giorno di Pasqua (Victimae Paschali) rimanda a questo incontro: Maria di Magdala è chiamata a raccontare quanto ha visto. Nel testo di Giovanni leggiamo che disse: "Ho visto il Signore!" (Gv 20,18), e riferì quanto le aveva detto.
Così il canto:
Dicci, Maria, che hai veduto per via?
"Ho visto il sepolcro di Cristo vivente
e la gloria di lui risorto.
Gli angeli testimoni,
il sudario e le vesti.
È risorto Cristo, mia speranza:
precederà i suoi in Galilea".
Nella tradizione cristiana vi è anche un incontro del Risorto con la madre. In vari luoghi al mattino di Pasqua si celebra l'incontro tra il Risorto e la madre che, da dolente, diviene gioiosa: a partire da due processioni (una col Risorto e l'altra con la madre, inizialmente velata) che si incrociano per celebrare la grande gioia di questo incontro.
Nella Basilica del Santo Sepolcro, l'ultima sosta della processione quotidiana, celebra proprio l'incontro di Gesù risorto con la madre: a lei l'invito a gioire perché è vivo. "T’apparve splendente già al primo levar del sole. Deposto il lutto, tu contempli risorto colui ch’era morto: per questo la terra, gli astri, l’universo riempiono il cielo di lodi".
Segue una antifona rivolta a Maria che fa ripetere: "è risorto, come aveva detto" (resurrexit sicut dixit).
"Gioisci, o Vergine Madre di Cristo: Colui che vedesti condannato a morte, è risorto, come aveva detto.
Esulta, o fulgida stella: Colui che vedesti inchiodato a una croce, è risorto, come aveva detto.
Rallegrati, o immenso mare di pianto: Colui che vedesti morire, è risorto, come aveva detto.
Gioisci, o fiore dal profumo soave: Colui che vedesti sepolto, è risorto, come aveva detto.
Gioisci, o divina Madre di Cristo: Colui che ti apparve glorioso, è risorto, come aveva detto".