Elie Wiesel (30/9/1928-2/7/2016) ne La notte narra della sua esperienza nel campo di concentramento, fino alla liberazione. All'inizio del libro parla del sorgere delle persecuzioni naziste, e di come dagli stessi ebrei venisse sottovalutato quanto stava accadendo. Si distingueva, in questo, Moshé lo Shammàsh che si poneva e faceva sempre domande. Proprio lui, una persona semplice, intuì - per una esperienza fatta da cui riuscì a salvarsi - la drammaticità di ciò che si stava per scatenare. Cercò di mettere gli altri sull'avviso, ma non fu ascoltato. Da Moshé viene sottolineata la forza delle domande, del sapersi porre domande, che supera quella che può venire dalla sicurezza data dalle risposte.
Lo chiamavano Moshé lo Shammàsh, come se nella vita non avesse avuto un cognome. Era il factotum di una sinagoga chassidica. Gli ebrei di Sighet - questa piccola città della Transilvania dove ho trascorso la mia infanzia - gli volevano molto bene. [...] Fisicamente aveva la goffaggine di un clown, e suscitava il sorriso con quella sua timidità da orfano. Io amavo quei suoi grandi occhi perduti nella lontananza. Parlava poco. Cantava, o meglio canticchiava. [...] Feci la sua conoscenza verso la fine del 1941. Avevo dodici anni ed ero profondamente credente. [...] mi trovai un Maestro nella persona di Moshé lo Shammàsh.
Mi aveva osservato un giorno mentre pregavo, al crepuscolo.
«Perché piangi pregando?» mi domandò, come se mi conoscesse da molto tempo.
«Non lo so» risposi assai turbato.
La questione non si era mai presentata al mio spirito. Piangevo perché... perché qualcosa in me sentiva il bisogno di piangere. Non sapevo altro.
«Perché preghi?» mi domandò dopo un attimo.
Perché pregavo? Strana domanda. Perché vivevo? Perché respiravo?
«Non lo so» gli dissi, ancora più turbato e a disagio. «Non lo so».
A partire da quel giorno lo vidi spesso. Mi spiegava con grande insistenza che ogni domanda possedeva una forza che la risposta non conteneva più... (E. Wiesel, La notte, Firenze 1997, 12-13).
Un giorno, mentre stavo per entrare in sinagoga, vidi, seduto su una panca vicino alla porta, Moshé lo Shammàsh. Raccontò la sua storia e quella dei suoi compagni. [...] «Tu non capisci» disse con disperazione. «Tu non puoi capire. Sono salvo per miracolo, sono riuscito a tornare fin qui. Da dove ho preso questa forza? Ho voluto tornare a Sighet per raccontarvi la mia morte, perché possiate prepararvi finché c'è ancora tempo. Vivere? Non ci tengo più alla vita. Sono solo. Ma sono voluto tornare, e avvertirvi. Ed ecco che nessuno mi ascolta».
Questo accadeva verso la fine del 1942 (Ib., 14-15).
Primavera 1944 (Ib., 15).
Gli otto giorni di Pasqua. Era un tempo meraviglioso. [...] Il settimo giorno di Pasqua il sipario si alzò: i tedeschi arrestarono i capi della comunità ebraica. A partire da quel momento tutto si svolse con estrema rapidità: la corsa verso la morte era cominciata. [...] Moshé lo Shammàsh arrivò di corsa da noi e gridò a mio padre: «Vi avevo avvertito...». E senza attendere risposta, fuggì (Ib., 17-18).

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