Camminare a passo leggero (E. Zolli)

Israel Zoller (1881-1956), che dovette modificare nel 1933 il suo nome in Italo Zolli per le leggi fasciste, fu rabbino capo di Roma (1939-1945). Assunse al battesimo il nome di Eugenio Pio in onore di Pio XII. In Prima dell'alba. Autobiografia autorizzata, narra del suo percorso che lo fa 'arrivare' alla fede in Cristo. Qui riportiamo dei tratti in cui parla della madre. 

Nel mio pensiero si delineò una questione grave: chi studia e sa molte cose, diventa rabbino; va bene. Ma la Torah è un semplice sapere come l’aritmetica che stavo imparando […] o non è essa piuttosto qualcosa che va vissuta? … Mia mamma sapeva poco e amava molto i poveri; il mio maestro sapeva […] e non amava che il denaro […] fra me e lui si schiudeva un abisso.
Mio padre era di una rettitudine rara e perciò, forse, inabile commerciante. Egli dovette chiudere la fabbrica di seta che aveva… e la miseria andava crescendo di giorno in giorno. Mia madre di sera lo assicurava di aver cenato prima, per poter così offrire a lui il piatto, l’unico piatto di minestra. Lei andava a letto – io lo sapevo – con una tazza di tè con appena un po’ di zucchero (Eugenio Zolli, Prima dell'alba. Autobiografia autorizzata, Cinisello Balsamo (Milano) 2004, 25).
Ricordo: un venerdì nel cuore dell’inverno. Ore 16, inizio della sera. Dall’alto cadono i fiocchi grandi di neve […]. A me bimbo […] il babbo dirà presto: «Andiamo»; la mamma mi metterà il mantello, il berretto, i guanti e io andrò con il babbo alla sinagoga […]. Questa è una faccenda che mi piace. Dopo il fatidico «Andiamo!», macché! La mamma interviene: «Sai forse è meglio che il bimbo resti con me a casa. Pregheremo qui assieme». «Va bene». Oh povero me, povero me… Non resta niente da fare. Si prega un po’ ed ecco una sorpresa: la mamma va in cucina, io naturalmente la seguo. Comparisce un cesto di vimini di notevole capacità, capace di accogliere nella sua carità generosa una pentola di brodo caldo con gnocchi di semolino e mezza gallina allessa associata a un pezzo di manzo bollito […] struzzette di pane di produzione domestica [...] della frutta cotta.  Si marcia, ora la mamma ed io. […] Eccoci arrivati. […] Un’abitazione in un sotterraneo. […] Qui si deve mangiare assai di magro. […] La mia mamma si avvicina alla malata e l’abbraccia. Mette poi il cesto vicino al letto. Dopo una decina di minuti, gente in arrivo: «Buon Sabato!», il marito dell’ammalata e: «Buon sabato!», i figli e, poco dopo: «Buon Sabato!», anche la mia mamma dopo aver lasciata la donna. La mamma ha dimenticato il cesto lì, vicino al letto, per terra. […] Marcia a passo accelerato. Bisogna arrivare a casa prima che il babbo ritorni. […] Ci siamo, via i mantelli e i berretti ed eccomi con una Bibbia illustrata in mano davanti alle candele accese e la mamma prende un libro anche per sé, non senza avermi messo, come altre volte dopo simili spedizioni, un dito sulle labbra. Rispondo con un cenno degli occhi: «Non si fiata». Il patto viene suggellato con un bacio sulla fronte. Dopo un «Buon Sabato» detto da mio padre a cui fa eco un «Buon Sabato» detto da mia madre (Ib., 55-56).

Io, mamma mia, oggi, afferro, rapisco a te il mistero dell’anima tua […]. Tu camminavi a passo leggero, senza toccare terra, non ancora nel Cielo e non più sulla terra (Ib., 54).






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