giovedì 3 dicembre 2020

Cesarea di Filippo alle sorgenti del Giordano

Presso una sorgente del Giordano, che oggi fuoriesce da una fenditura sotto una grotta, vi sono i resti di Cesarea di Filippo. Il tutto è inserito all'interno del parco archeologico di Banias. Il termine Banias richiama l'antico nome: è corruzione di Paneas, cioè luogo sacro al dio Pan. 

Nel 200 a.C., in questa zona, i Seleucidi di Siria sconfissero i Tolomei d'Egitto e assunsero il controllo del territorio. In epoca romana, nel 20 a.C. Augusto cedette questo distretto ad Erode il Grande; alla morte di Erode quest'area passò a Filippo (4 a.C.-34 d.C.), che rese Cesarea di Filippo la capitale del territorio.

Muovendosi lungo i vari percorsi all'interno del parco, si osservano le cascate, più o meno abbondanti di acque a seconda della stagione.

Presso Cesarea di Filippo si ricorda la confessione di fede di Pietro, che riportiamo da Marco 8,27-29: «Poi Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: "La gente, chi dice che io sia?". Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti". Ed egli domandava loro: "Ma voi, chi dite che io sia?". Pietro gli rispose: "Tu sei il Cristo"». 

Nel Vangelo di Marco si è ad una svolta. È stato apertamente dichiarato che Gesù è il Cristo, cioè il Messia. L'idea prevalente associata al Messia richiamava la regalità di Davide.  Gesù, invece, proprio allora comincia ad insegnare che il Figlio dell'uomo deve soffrire: vengono richiamate due figure, il Figlio dell'uomo di Daniele 7 - che viene dal cielo -  e il Servo del Signore del cosiddetto Deutero Isaia, a cui è associata una grande sofferenza. Si tratta di entrare in una mentalità nuova, e per i discepoli non è facile. Gesù completerà l'insegnamento dicendo: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell'uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti» (Mc 10,42-45).

Alle sorgenti del Giordano comincia un percorso:  in discesa dal punto di vista della conformazione del territorio, ma in salita per chi vuol essere discepolo. Gesù, infatti, «convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: "Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua. Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà. Infatti quale vantaggio c'è che un uomo guadagni il mondo intero e perda la propria vita? Che cosa potrebbe dare un uomo in cambio della propria vita? Chi si vergognerà di me e delle mie parole davanti a questa generazione adultera e peccatrice, anche il Figlio dell'uomo si vergognerà di lui, quando verrà nella gloria del Padre suo con gli angeli santi"» (Mc 8,34-38).



lunedì 15 giugno 2020

La casa del pane


«Tutti andavano a farsi censire, ciascuno nella propria città. Anche Giuseppe, dalla Galilea, dalla città di Nàzaret, salì in Giudea alla città di Davide chiamata Betlemme: egli apparteneva infatti alla casa e alla famiglia di Davide» (Lc 2,3-4).
A Betlemme, il cui nome significa 'casa del pane', è collocata la nascita di Gesù. Betlemme è la città di origine di Davide (cf. 1 Sam 16,1-13), ed a lui viene promesso un discendente che sarà re per sempre (cf. 2 Sam 7,1-16): tanti testi biblici richiamano questa promessa che alimenta l'attesa del Messia-Re.
Giuseppe era della casa di Davide, per cui si reca a Betlemme per il censimento, proprio quando si stavano compiendo i giorni del parto (cf. Lc 2,6).
Betlemme richiama la storia di una antenata di Davide: Rut. Viene poi ricordata nella Scrittura in riferimento alle vicende di Davide.
Davide, divenuto re, non la fece capitale: scelse Gerusalemme.
Col tempo, la città perse d'importanza.
Dall'esilio babilonese tornarono centoventitré di Betlemme (cf. Est 2,21), e probabilmente si sistemarono nella zona oggi occupata dalla basilica.
Nella basilica di Betlemme vi è una grotta in cui si ricorda la nascita di Gesù. Questa grotta fa parte di un sistema di grotte, che erano adattate per essere abitazioni.
Il luogo era venerato dai primi cristiani, e fu profanato dall'imperatore Adriano (135 d.C.); così come fece a Gerusalemme per il luogo del memoriale della resurrezione, il santo sepolcro.
La profanazione, e cioè la costituzione nello stesso sito di un santuario pagano dedicato ad Adone, ne ha facilitato l'individuazione al tempo di Costantino. Infatti, in scritti del II e III secolo si legge dell'amarezza dei cristiani che vedevano quel luogo profanato: ciò ne mantiene la memoria.
Sulla spinta di sant'Elena si avviò la ricerca dei luoghi legati al vangelo, e riferisce Eusebio che si partì da tre grotte: a Betlemme, presso il Golgota (per il santo sepolcro) e sul monte degli Ulivi (un luogo degli insegnamenti ai discepoli). 
La basilica fu consacrata il 31 maggio 339. Di quella basilica si osservano tracce dei pavimenti.
Nel 529 Giustiniano fece abbattere la chiesa per farne una più grande: questa basilica è l'unica chiesa che si è salvata dalla distruzione occorsa nel 614, ad opera dei persiani; pare che ciò sia avvenuto per il fatto che nella facciata erano raffigurati i magi in abiti persiani.
Recenti restauri mostrano parte dei mosaici alle pareti, che da tempo erano in condizioni pessime.
Nella basilica sono stati incoronati i re crociati a partire da Baldovino (Natale del 1100). 
Oggi, la maggior parte della basilica è custodita dagli Ortodossi, un transetto laterale dagli Armeni. I Cattolici celebrano all'altare della mangiatoia. Ogni giorno i francescani guidano una processione, che parte dalla annessa chiesa di Santa Caterina d'Alessandria, e con la quale si celebra il Natale. 
Il sistema delle grotte, che si trovano sotto la basilica, rimanda anche all'esperienza monastica guidata da san Girolamo. Di lui ricordiamo la traduzione in latino della Bibbia, traduzione detta Vulgata. Vi erano già altre traduzioni, ma erano state fatte dal testo greco (quindi, per quasi tutti i libri dell'Antico Testamento, da una prima traduzione dall'ebraico); quella di san Girolamo è una traduzione direttamente dall'ebraico, per quei testi di cui si conosceva un originale in ebraico.
Betlemme rimanda all'amore per la Parola, senza la quale - dice Girolamo - non vi è conoscenza di Cristo. Al tempo stesso è il luogo che ricorda la Parola che si fa carne (cf. Gv 1,14): la 'casa del pane' dona il Pane quello vero per la vita del mondo (cf. Gv 6,32-33).

mercoledì 27 maggio 2020

Nel giorno del Signore


Nella iconografia cristiana ricorrono simboli tratti dal libro dell'Apocalisse. In molte chiese e cattedrali, così - ad esempio - nella Cappella Palatina del Palazzo Reale a Palermo (all'interno di un medaglione posto in alto) e nella Cattedrale di Caltagirone (sul fondo, opera di Rupnik) è presente l'etimasia, i cui simboli rimandano all'attesa di Cristo nella sua venuta finale. Anche l'immagine dell'agnello immolato e vittorioso (altare Cattedrale di Caltagirone) rimanda all'Apocalisse.
Il libro dell'Apocalisse, in genere, risulta difficile; utilizza un linguaggio ed un genere letterario (apocalittico) presente nella letteratura giudaica, ed i simboli utilizzati attingono al linguaggio biblico: fuori da questo contesto, è problematico coglierne il senso. Il libro dell'Apocalisse, inoltre, non ha soltanto qualche brano di genere apocalittico: tutto il libro utilizza tale genere letterario. Per tentare di introdurre al libro, qualche sottolineatura.
Chi scrive è perseguitato per la fede (cf. Ap 1,9), e nel libro emergono i rimandi a questa situazione concreta, attraverso l'immagine di due bestie infide: una delle due bestie è identificata, tramite un simbolo numerico - seicentosessantasei -, con l'imperatore (cf. Ap 13).
Il libro dell'Apocalisse si colloca nel contesto della liturgia della domenica: la rivelazione di cui si parla - 'apocalisse' significa 'rivelazione' - accade 'nel giorno del Signore' (cf. Ap 1,10). Si parte da una porta aperta nel cielo (cf. Ap 4,1), una rivelazione limitata, al cielo aperto (cf. Ap 19,11). Colui che rivela è Cristo, ed è presentato con vari titoli, ad esempio: «Io sono il Primo e l'Ultimo e il Vivente. Io ero morto, ma ora vivo per sempre è ho potere sopra la morte e sopra gli inferi» (Ap 1,17-18). Negli scritti giovannei - di cui fa parte l'Apocalisse - Cristo emerge come il rivelatore (cf. Gv 1,18).
Nel contesto dell'adunanza per la celebrazione eucaristica domenicale, Cristo parla alla Chiesa, a tutte le Chiese, rappresentate da sette Chiese dell'Asia Minore: il numero sette richiama proprio la totalità. In tutto il libro, la rivelazione procede per settenari: sette Chiese, sette sigilli, sette trombe, sette flagelli.
Nella celebrazione eucaristica si ascolta la parola: la rivelazione rimanda all'opera di Dio che ha come vertice l'evento Cristo, ed è quanto narrato per simboli nei settenari. Nel contempo si avverte  di quale sia l'esito per la vita di ciascuno, nel caso non si accolga la parola (cf. sette flagelli presentati secondo la simbologia biblica, e non come eventi che devono verificarsi). La rivelazione tocca anche il cuore di ciascuno: il Verbo 'conosce' e svela la situazione di ciascuno (cf. Ap 2,2.9.13.19; 3,18.15), per esortare o richiamare alla conversione in questo tempo.
Tutto si dispiega attraverso la lettura di ciò cui il Verbo introduce, aprendo i sigilli di un rotolo che, se chiuso, non può essere letto. 
Qualche immagine: l'uomo creato in una situazione positiva, rappresentato su un cavallo bianco, decade per il peccato, e nella sua vita si introducono liti, fatica e stenti, morte; ciò scorre attraverso le immagini dei cavalli rosso, nero e verdastro (cf. Ap 6,1-8). La condizione originaria viene ripristinata dal Verbo di Dio, l'Agnello immolato che vince la morte, presentato su un cavallo bianco, mentre il suo mantello è intriso di sangue (cf. Ap 19,11-16).
Si annunzia un tempo in cui tale vittoria, già accaduta, non è ancora manifesta in modo pieno, ma lo sarà alla fine (cf. Ap 20,1-10). Seguirà il giudizio finale (cf. Ap 20,11-15) e la manifestazione del tempo futuro come una città di Gerusalemme che discende dal cielo (cf. Ap 21,1-7).
Poco prima dell'apparire del Verbo di Dio vittorioso su un cavallo bianco si ascolta: «Beati gli invitati al banchetto delle nozze dell'Agnello!» (Ap 19,9). 
In questo tempo, la Chiesa, la Sposa, la fidanzata dell'Agnello, animata dallo Spirito - nella celebrazione, dopo aver ascoltato la parola - invoca la venuta dello Sposo: «Lo Spirito e la sposa dicono: "Vieni!". E chi ascolta, ripeta: "Vieni!". Chi ha sete, venga; chi vuole, prenda gratuitamente l'acqua della vita. [...] Colui che attesta queste cose dice: "Sì, vengo presto!". Amen. Vieni, Signore Gesù. La grazia del Signore Gesù sia con tutti» (Ap 21,17-21). 
Il Verbo di Dio, che è il Veniente, risponde venendo alla mensa eucaristica: egli è venuto, viene, e verrà. Il testo si chiude con un dialogo e un saluto di tono liturgico.
All'interno del libro un'immagine: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle. Era incinta, e gridava per le doglie e il travaglio del parto. Allora apparve un altro segno nel cielo: un enorme drago rosso, con sette teste e dieci corna e sulle teste sette diademi; la sua coda trascinava un terzo delle stelle del cielo e le precipitava sulla terra. Il drago si pose davanti alla donna, che stava per partorire, in modo da divorare il bambino appena lo avesse partorito. Essa partorì un figlio maschio, destinato a governare tutte le nazioni con scettro di ferro, e suo figlio fu rapito verso Dio e verso il suo trono. La donna invece fuggì nel deserto, dove Dio le aveva preparato un rifugio perché vi fosse nutrita per milleduecentosessanta giorni» (Ap 12,1-6). La donna, raffigurata come Maria, la Madre - e così è entrata nell'iconografia cristiana -, richiama la Chiesa che vive nel tempo un pellegrinaggio custodita da Dio e, come il popolo di Israele che esce dall'Egitto, non viene travolta dalle acque (cf. Ap 12,13-18).

mercoledì 20 maggio 2020

Al pozzo di Samaria

Al pozzo di Sicar, Gesù incontra una donna samaritana (cf. Gv 4,1-42). Conosciamo bene l'episodio, in cui il dialogo, avviato da Gesù, conduce al suo rivelarsi a lei come Messia. Da qui, il raduno dei samaritani che riconoscono: «abbiamo udito e sappiamo che questi è veramente il salvatore del mondo».
Tutto parte da una semplice domanda di Gesù: «Dammi da bere». Da una richiesta ordinaria si passa alle questioni tra Giudei e Samaritani, si parla di un'acqua-dono che è lo Spirito Santo (cf. Gv 7,37-39; 19,33-37), si arriva alla dichiarazione sul Messia, fatta da Gesù: «Sono io, che parlo con te».
È particolare il percorso che fa passare da questioni come quella riguardo il luogo giusto per adorare il Signore. Da Gesù, intanto, viene una parola inedita: «Credimi, donna, viene l'ora in cui né su questo monte né a Gerusalemme adorerete il Padre. [...] viene l'ora - ed è questa - in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità: così infatti il Padre vuole che siano quelli che lo adorano. Dio è spirito, e quelli che lo adorano devono adorare in spirito e verità». A volte ci si dimentica dell'essenziale.
Sappiamo che Gesù non trascura il tempio né le feste a Gerusalemme, ma presso quel pozzo, con la sua parola, invita a riflettere: prima del luogo esteriore, vi è uno spazio interiore in cui accogliere il 'dono di Dio'; si tratta dello Spirito Santo, di cui in seguito dirà: «lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità» (Gv 16,13).




martedì 19 maggio 2020

Annunzia la misericordia che il Signore ti ha usato

Sulla riva est del lago, a Kursi, si ricorda la guarigione dell'indemoniato di Gerasa (cf. Mc 5,1-20). Gerasa, in realtà, non è proprio vicinissima al mare. Matteo, facendo riferimento alla regione dei Gergeseni, indica una zona un po' più vicina al lago. Kursi, le cui rovine sono a 30 metri dal lago, e vicino ad un precipizio,  richiama molto bene la vicenda. La liberazione avviene nel territorio della Decapoli, a cui sarà indirizzata poi l'opera del guarito che: «si mise a proclamare per la Decapoli ciò che Gesù gli aveva fatto, e tutti ne erano meravigliati». Con l'uomo viene liberata tutta la regione, mentre si inaugura - come un anticipo - l'evangelizzazione tra i pagani; di questa viene incaricato di un uomo risanato, liberato. 
Nel brano, inizialmente, tutto parla di impurità: una regione pagana, un deserto, una zona di sepolcri. Ed in questo luogo vive un uomo indemoniato, di cui viene descritta la gravità della situazione, come nei casi in cui si prepara una guarigione miracolosa. La condizione dell'uomo è come vicina alla morte: vive in territorio di morti, è separato dagli altri, è un uomo ormai portato alla morte. 
Gesù prega, ma la liberazione non avviene immediatamente. Si avvia un dialogo che mostra che lo spirito conosce il nome Gesù, e la sua identità. Lo spirito, dal nome Legione, supplica Gesù. La Legione chiederà di non essere cacciata dalla regione, ma dichiarando il suo nome si consegna a Gesù stesso. La liberazione, infine, non sarà solo dell’uomo, ma della regione tutta. 
I mandriani portano la notizia in città e la gente va a vedere, quindi sono i testimoni di ciò che è accaduto: quello che era stato indemoniato, ora era vestito e sano di mente. 
Gesù dovrà andarsene, e non sarà suo compito portare il lieto annuncio in questa area: per primo lo farà proprio quest'uomo liberato. Mentre Gesù risaliva sulla barca, l'uomo liberato lo prega di permettergli di stare con lui. Gesù non glielo permise (cf. Mc 3,13-15), ma gli dà un incarico: annunziare nella sua casa quello che il Signore ha fatto e la misericordia che gli ha usato. Questi si mise a proclamare non solo a casa sua, ma nella Decapoli: risanato diventa il primo annunziatore-enangelizzatore nel territorio liberato.
      


sabato 16 maggio 2020

Perché sono caduti gli eroi?



A sud del Mare di Galilea vi è Bet Shean, una splendida città romano-bizantina, sorta in un luogo favorito dalla ricchezza di acqua. Un tell (altura tipica, che richiama per la forma un vulcano, sulla cui cima vi sono resti archeologici) custodisce le fasi più antiche del luogo: 18 città sovrapposte, di cui la prima vera e propria città è del 3000 a.C., ed è nominata in testi egiziani. Alle mura della città furono esposti i corpi di Saul e Gionata, dopo la disfatta ai monti di Gelboe (1004 a.C.). Si ricorda a tal proposito il lamento di Davide (cf. 2 Sam 1,17-27), in cui ricorre il ritornello: «Perché sono caduti gli eroi?».
Dopo l'epoca di Salomone si torna a parlare della città nel III secolo a.C., si trova ai piedi del tell ed ha il nome di Scitopoli. Assunse il nome di Nisa - rimando al culto di Dioniso - sotto Antioco IV (175-164 a.C.). Dal 107 a.C. sotto controllo ebraico; nel 63 a.C., da Pompeo la città fu inserita nella Decapoli.
La città si è sviluppata nel II secolo d.C. e divenne uno dei centri tessili dell'impero romano, nota per la produzione dei tessuti di lino.
Nel IV secolo vi era una rilevante presenza cristiana, mentre la città diventava la capitale della provincia della Palestina secunda.
Con la conquista araba riprese il nome di Beisan, ma intanto la città era in declino, e ciò si completò con il terremoto del 749.
Si ammirano oggi i resti della città: l'impianto delle strade e delle strutture, le terme e il teatro, il tempio e il ninfeo, la basilica e l'anfiteatro. Nel Monastero della Signora Maria si ammira un calendario musivo, in cui i mesi sono rappresentati attorno al sole e alla luna.

venerdì 15 maggio 2020

Sefforis

Non lontana da Nazareth vi è Sefforis, capitale della Galilea prima della fondazione di Tiberiade (17-20 d.C.). A 115 metri sopra la valle di Bet Netofah, permette uno sguardo sul paesaggio circostante: il nome (Sefforis o Zippori) ricorda questa postazione sopraelevata, perché posata su una cima come un uccello, tsippori.

La città tenne testa a Tolomeo VIII d'Egitto, poiché fortificata già dal 100 a.C.; fu, poi, sede del consiglio che governava la Galilea (57-55 a.C.). Erode il Grande la conquistò durante una tempesta di neve (38 a.C.), e vi ammassò armi. La città si ribellò a Varo, legato di Siria, il quale diede alle fiamme la città e fece schiavi gli abitanti. Nel 3 a.C. Erode il Grande decise di ricostruire la città. Dopo la fondazione di Tiberiade, la città passò in secondo piano. Nerone (54-68) la donò ad Agrippa II (53-100), e si chiamò Eirenopolis Neronias, città della pace di Nerone (nome presente nelle monete del 67-68). Con Adriano (117-139) si chiamò Diocesarea.

Sefforis fu sede di rilievo per l'ebraismo: vi abitarono grandi maestri ebrei, tra cui Judah ha-Nasi che completò la Mishnah (commento legislativo della Torah). 
Dal IV secolo vi è una presenza cristiana. Qui si è sviluppata una tradizione legata a sant'Anna: nel medioevo si riteneva che qui fossero nate Maria e la madre Anna.  

Il sito - inserito in un parco archeologico - è ricchissimo: la cittadella (edificio posto in alto), il teatro (parte con tracce del I secolo, poi risistemato nel III-IV secolo), il palazzo con mosaici (tra cui un noto volto di donna), resti della basilica, delle strade e di numerose case con pavimenti mosaicati (anche di stile nilotico), la sinagoga con un pavimento in mosaico con raffigurazioni.
La vicinanza della città con Nazareth fa ipotizzare la presenza in questa città di Giuseppe, per il suo lavoro di artigiano, e di Gesù che probabilmente lo accompagnava.

martedì 12 maggio 2020

Una torre la cui cima tocchi il cielo

In Genesi 11,1-9 si legge del desiderio degli uomini di competere con Dio stesso, di pensare di potere non aveva bisogno di lui. Questo viene espresso dalla decisione di farsi una città e una torre che tocchi il cielo. Un po' come nel giardino in Eden (cf. Gen 2,4a-3,24), l'uomo pensa di poter 'essere dio', senza Dio. «L'uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana» (Gaudium et Spes 14). Si inganna, però, l'uomo quando pensa di poter realizzare in pienezza le sue aspirazioni, che Dio stesso gli ha posto nel cuore, senza Dio. «La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce» (Gaudium et Spes 36).
Il racconto di Genesi 11 si chiude con la dispersione degli uomini, con la confusione delle lingue.
La torre che si innalza fino al cielo richiama le ziggurat, di cui se ne ammirano i resti soprattutto nella Mesopotamia. La ziggurat conservata meglio è a Choga Zanbil, nel territorio dell'Iran. 
Dopo questo racconto, in Genesi, con la chiamata di Abramo, inizia un dialogo tra Dio e l'uomo che, in Atti 2, arriva alla ricomposizione delle relazioni, alla comprensione tra persone di lingue diverse. Ciò accade per la presenza di Dio, la discesa dello Spirito Santo, perché Dio è amore (cf. 1 Gv 4,8).  

lunedì 11 maggio 2020

Ha fatto cose grandi!

Non lontano da Gerusalemme, in una zona montuosa (cf. Lc 1,39), si trova Ein Karem, dove - per antica tradizione - si fa memoria della visita di Maria ad Elisabetta e della nascita di Giovanni il Battista. Ad Ein Karem vi sono due chiese: una per la memoria della visitazione e dedicata al Magnificat (cf. Lc 1,46-55), ed una per la nascita del Battista e dedicata al Benedictus (cf. Lc 1,68-79). Magnificat e Benedictus - negli spazi esterni delle rispettive chiese - sono riportati in tutte le lingue del mondo. 
Resti di epoca bizantina si trovano presso la chiesa - del 1800 - dedicata alla nascita di Giovanni. La chiesa dedicata alla visitazione ha un piano inferiore, con tracce di epoca bizantina, e dove si ricorda anche la tradizione della salvezza di Giovanni dalla strage degli innocenti. Il piano superiore è dedicato alle lodi di Maria.
Presso il giardino del convento delle suore di Nostra Signora di Sion è sepolto A.M. Ratisbonne (1814-1884), ebreo per nascita che, mentre era a Roma, a Sant'Andrea delle Fratte ebbe la visione di Maria (20/1/1842): da ciò cominciò un percorso che lo portò al cattolicesimo, al sacerdozio, e al trasferirsi in Palestina col fratello, anch'egli sacerdote (dal 1830) e fondatore delle Religiose di Nostra Signora di Sion.
Ein Karem rimanda al cosiddetto vangelo dell'infanzia di Luca (cf. Lc 1-2), in cui emerge la fede di Maria. Inoltre, da Maria si apprende a lodare con lei 'Colui che fa cose grandi'.  







sabato 9 maggio 2020

Il lieto annuncio di bene

Tra i mosaici dedicati a Paolo nella Cappella Palatina (Palermo, Palazzo dei Normanni), uno ha al centro il suo Battesimo. Dalla raffigurazione - densa come lo è sempre una immagine della iconografia bizantina - traiamo un elemento: un raggio di luce arriva all'orecchio di Paolo.
Della vocazione di Paolo - in genere indicata come 'conversione' - parlano Atti degli Apostoli (cf. At 9,1-19; 22,3-16; 26,1-23) e la Lettera ai Galati (cf. Gal 1,11-24). In Galati vi è narrata l'esperienza dal protagonista stesso, che la presenta come una rivelazione che ha ricevuto: Dio si è compiaciuto di rivelare in lui il Figlio. In Atti si dà estrema importanza all'avvenimento, tanto da riportarlo tre volte, e in due casi come riferendo la testimonianza resa da Paolo in due diversi contesti, Gerusalemme e Cerarea.
Qui ci si sofferma su un elemento iconografico: il racconto in Atti parla di una luce che abbaglia, che fa perdere la vista, mentre si sente una voce. I racconti, inoltre, per questi elementi presentano delle differenze: ad esempio, in Atti 22 si legge che i compagni di viaggio di Paolo vedono la luce ma non sentono la voce.
Nell'immagine, la luce non colpisce gli occhi, ma l'orecchio. Paolo acquista la vista: è raffigurato con le pupille, a differenza dell'immagine che lo presenta a terra abbagliato da quella luce. Ciò richiama che l'accoglienza della parola, l'ascolto, genera la fede, che è luce. La fede quale luce-vista, è tema presente in vari scritti biblici (cf. ad esempio Lc 24,13-35; Gv 9) e nella liturgia cristiana, per cui il battesimo è detto anche la santa Illuminazione. Ascoltare, inoltre, significa non semplicemente 'sentire', ma prendere sul serio e 'fare' quanto si è accolto, sulla linea di quanto è implicito nel comando: «Ascolta, Israele» (Dt 6,4), invito di Dio a seguire la sua parola, a ripeterla ai figli, e a non dimenticarsene nel tempo del benessere (cf. Dt 6,4-13). 
Nel caso di Paolo, la parola irrompe nella sua vita con un evento straordinario. Poi Paolo stesso diviene annunciatore, evangelizzatore: viene costituito per portare l'annuncio (cf. Gal 1,15-17). Paolo scrive in Romani 10,14-15: «come potranno invocarlo senza aver prima creduto in lui? E come potranno credere, senza averne sentito parlare? E come potranno sentirne parlare senza uno che lo annunzi? E come lo annunzieranno, senza essere prima inviati? Come sta scritto: Quanto sono belli i piedi di coloro che recano un lieto annunzio di bene!».


venerdì 8 maggio 2020

Fissò lo sguardo su Pietro


La chiesa di San Pietro in Gallicantu richiama il rinnegamento di Pietro (cf. Mt 26,69-75; Mc 14,66-72; Lc 22,54-62; Gv 18,15-18.25-27).
Presso la chiesa, una strada romana ricorda il cammino di Gesù dal cenacolo all'orto degli ulivi, e - dopo l'arresto - il percorso verso la casa del sommo sacerdote.
Vicino alla chiesa vi è il cimitero cattolico in cui è sepolto O. Schindler (1908-1974), ricordato per aver salvato più di mille ebrei dallo sterminio nazista.


Luca mette in evidenza l'importanza delle relazioni con Cristo, perché ci sia un cambiamento. Nel corso della cena, mentre si sta avvicinando il momento della prova, Gesù aveva detto a Simon Pietro: «ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta convertito, conferma i tuoi fratelli» (Lc 22,32).
Subito dopo l'arresto, Luca narra del rinnegamento e del pentimento di Pietro, il quale sarà quindi al seguito di Gesù fino alla fine: alla croce Luca annota che erano lì tutti i suoi conoscenti (cf. Lc 23,49).
Tra il rinnegamento e il pentimento vi è lo sguardo di Gesù. Al canto del gallo «il Signore si voltò e fissò lo sguardo su Pietro, e Pietro si ricordò della parola che il Signore gli aveva detto: "Prima che il gallo canti, oggi mi rinnegherai tre volte"». Luca sottolinea come sia - più che il canto del gallo - il mettersi in relazione con quello sguardo che porti Pietro al pianto, segnando l'inizio di un tempo nuovo.



giovedì 7 maggio 2020

Il Carmelo

Il Carmelo - il termine significa 'giardino' - è un crinale montuoso che termina nel promontorio che sporge sul mare, a nord della costa del territorio di Israele. Nella Bibbia è immagine di grandezza, di bellezza, di forza e di splendore (cf. ad esempio Is 35,2, Ger 46,18 e Ct 7,6). Il luogo fu abitato fin dall'età della pietra. Fu considerato luogo sacro a partire dai fenici e, in  testi egiziani dell'XI secolo a.C., viene indicato come 'promontorio santo'. Vespasiano - sbarcato a Tolemaide nel 66 d.C., località più a nord -, prima della sua campagna militare offrì un sacrificio su questo monte al Dio del luogo, un Dio senza volto. 

Ai piedi del promontorio oggi vi è la moderna città di Haifa con il suo porto. Al Museo navale e dell'immigrazione clandestina si ricordano le vicende - spesso con esiti tragici - degli ebrei che tentarono di entrare nella terra, prima della costituzione dello Stato di Israele.
Ad Haifa vi è il santuario Bahai (un gruppo religioso che si è staccato dal ramo sciita dell'Islam).

Il Carmelo ricorda la figura di Elia, e per le tradizioni legate al profeta fu luogo di presenza di eremiti. Nel XII secolo vi si insediarono monaci eremiti devoti a Maria, che in seguito furono detti carmelitani.
Sul Carmelo vi è un luogo - Muhraqa - che ricorda la sfida di Elia con i falsi profeti (cf. 1 Re 18,17-41); mentre si usa ricordare presso il santuario, sorto attorno ad una 'grotta di Elia', il ritorno della pioggia dopo i tre anni di siccità (cf. 1 Re 18,42-46).
In questo santuario, oltre al ricordo di Elia, si venera Maria del Monte Carmelo. Tale tradizione è legata ai monaci devoti di Maria, che  assunsero il nome di carmelitani. In particolare, fu san Simone Stock che, mentre era in Inghilterra (i monaci dovettero abbandonare il luogo dopo la sconfitta dei crociati), ebbe una visione di Maria che gli consegnava lo scapolare come abito dell'ordine.
Ad Elia, che pregò perché tornasse in vita il figlio della vedova che lo ospitava (cf. 1 Re 17,17-24), vengono affidati i bambini; e nella sua memoria (20 luglio) al santuario si recano in tanti, delle diverse confessioni religiose.


mercoledì 6 maggio 2020

Vino buono a Cana

Cana è un villaggio vicino a Nazareth. Vi sono due siti individuati come la Cana di Galilea segnalata dal Vangelo di Giovanni (cf. Gv 2,1; 4,49). In uno dei due siti, quello più visitato dai pellegrini, vi è una chiesa recente (1881) che in un livello inferiore del pavimento ha una iscrizione del IV-V secolo in aramaico.
A Cana di Galilea, in Giovanni, hanno inizio i 'segni', indicatori dell'identità di Gesù (cf. Gv 2,1-12). Gesù si fa conoscere, si rivela, attraverso segni e parole: è il modo con cui nella Bibbia Dio si fa conoscere. Giovanni presenta sette segni, un numero che dice pienezza, completezza, senza per questo tacere che compiva alche altri miracoli-segni: questo viene sottolineato subito dopo la narrazione del primo segno a Cana (cf. Gv 2,23; 3,2). In Giovanni, Gesù si trova a Cana anche quando compie il secondo segno, che chiude una prima fase della sua rivelazione: è la Vita, come è indicato fin dall'inizio del Vangelo di Giovanni (cf. Gv 1,4; 14,6).
In Giovanni 2,1-12, in un contesto di nozze Gesù si rivela come 'lo Sposo' (cf. Ap 21-22; Mc 2,18-22), e ciò nell'Antico Testamento rimanda a Dio-Sposo di Israele (cf. ad esempio Is 54,5; Os 1-2). 
Nel testo è presentata la madre di Gesù col titolo 'donna', che sarà ripreso da Gesù alla croce (cf. Gv 19,26). La madre è immagine della Chiesa. Nell'Apocalisse - testo sempre dell'area giovannea - la visione della donna vestita di sole, immagine della chiesa, richiama la madre (cf. Ap 12).
La presenza della madre a Cana mostra la fede della madre che dice: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Segue il segno: vino buono, sempre, e fino alla fine. È il dono dello Sposo Gesù. L'abbondanza di vino e la bontà di quel vino, richiamano i tempi del Messia, e il brano si chiude affermando che i discepoli credettero in Gesù.


martedì 5 maggio 2020

Il Pane della vita

 Lungo la riva del lago di Tiberiade, il Mare di Galilea, a Tabga - lato ovest del lago - si fa memoria della moltiplicazione dei pani. Il nome Tabga deriva da Heptapegon, sette sorgenti. 

La chiesa moderna (1982) riproduce l'edificio del V secolo. Sotto l'attuale pavimento, in alcuni punti della chiesa, si vedono le tracce del pavimento della chiesa del IV secolo.
Il pavimento del V secolo rispecchia i gusti del tempo, con raffigurazioni che richiamano l'ambiente del Nilo (è anche raffigurato un nilometro).
Il mosaico più noto, però, è quello sotto l'altare, che rimanda alla moltiplicazione dei pani e dei pesci.




Da Marco e Matteo sono ricordate due moltiplicazioni dei pani, ciascuna da una parte del lago: ad ovest in territorio con presenza, in maggioranza, di giudei (cf. Mc 6,33-44; Mt 14,13-21); e ad est del lago in territorio con presenza, soprattutto, di pagani (cf. Mc 8,1-10; Mt 15,32-39). Ciò indica che il dono è per tutti, ed è un dono sovrabbondante: rimangono ceste di pane, e i numeri delle ceste - dodici e sette - indicano la pienezza del dono per giudei e pagani. Luca riporta soltanto la prima moltiplicazione (cf. Lc 9,10-17), perché poco dopo comincia a narrare del cammino di Gesù verso Gerusalemme (cf. Lc 9,51), senza inserire alcuna deviazione da questo percorso.
Giovanni presenta la moltiplicazione dei pani dal lato est del lago ma con caratteristiche che richiamano la prima moltiplicazione dei pani (cf. Gv 6,1-15). Colloca l'evento nella vicinanza della festa di Pasqua. Inoltre, segue nella sinagoga di Cafarnao (cf. Gv 6,59) il discorso di Gesù sul Pane che viene dal cielo, il Pane della vita (cf. Gv 6,30-59).
Nelle moltiplicazioni dei pani vi è un rimando all'ultima cena e all'istituzione dell'Eucaristia: il segnale è dato, ad esempio, dai verbi utilizzati. Il discorso riportato in Giovanni 6,30-59 sul Pane che dà la vita, e che è il corpo di Gesù stesso, provoca l'abbandono da parte di coloro che lo avevano seguito perché avevano mangiato i pani che Gesù aveva donato, ma non avevano capito il senso dell'evento della moltiplicazione dei pani. Non hanno visto il 'segno'. La difficoltà di comprensione tocca tutti. Marco mostra che dopo due moltiplicazioni dei pani, i discepoli non si rendono conto di avere con sé 'il Pane': stanno per salire sulla barca e si preoccupano, perché hanno con sé 'un pane solo' (cf. Mc 8,14-21).
Dopo il discorso sul Pane di vita, difficile da comprendere, Pietro - facendo la sua professione di fede - dichiara, comunque, che non si allontanerà da Gesù, perché lui solo ha parole di vita eterna (cf. Gv 6,66-69).

lunedì 4 maggio 2020

Masada

Masada, di fronte al Mar Morto, nel deserto, si erge come una rocca inespugnabile. Il luogo fu fortificato da Alessandro Ianneo (103-76 a.C.). Nel 43 a.C. Erode il Grande la conquistò, e vi mise al sicuro i familiari nel corso del contrasto con Antigono. In quella occasione, Erode verificò l'importanza strategica del luogo, perché durante un acquazzone una cisterna si riempì d'acqua, elemento fondamentale per vivere in una regione desertica. Tra il 39 e il 31 a.C., Erode rese la località adatta ad un soggiorno anche lungo. I resti dei palazzi sono notevoli. 
A Masada si rifugiarono gli zeloti nel corso della prima rivolta giudaica contro i romani (66 d.C.). I romani, al comando di Flavio Silva, circondarono Masada: sono ancora visibili i segni degli accampamenti romani. Gli zeloti avrebbero potuto resistere a lungo. I romani cominciarono a costruire una rampa per arrivare alla vetta della rocca: anche della rampa sono visibili i segni. Constatato che prima o poi i romani sarebbero entrati a Masada, gli zeloti, guidati da Eleazaro, decisero di togliersi la vita per non diventare schiavi. I romani, entrando a Masada (74 d.C.), rimasero colpiti dal coraggio di questi che avevano preferito la morte alla schiavitù. La vicenda è narrata da Flavio Giuseppe nella Guerra giudaica. Per queste vicende, Masada assume una forte valenza simbolica per Israele.
Oltre ai resti delle costruzioni erodiane, vi sono quelli delle realizzazioni degli zeloti.
Nella sinagoga si sono trovati frammenti dei Canti dei servizi del sabato, testo proveniente da Qumran, che si trova più a nord sempre di fronte al Mar Morto; Qumran fu occupata dai romani dal 68 fino alla caduta di Masada nel 74.
In epoca bizantina a Masada si insediarono dei monaci (V secolo): si tratta di una delle esperienze di monachesimo nel deserto. Anche di questa presenza vi sono le tracce, quali i resti di una piccola chiesa con pavimento mosaicato.


sabato 2 maggio 2020

Maria di Magdala

Dal quarto secolo, Maria di Magdala fu identificata con la donna peccatrice di Luca 7,36-50. Ciò avvenne, probabilmente, perché viene nominata subito dopo quell'episodio (cf. Lc 8,2). In realtà, nel Vangelo di Luca si tratta di due personaggi distinti, e nulla dagli altri vangeli porta a richiamare la peccatrice. Maria di Magdala è una discepola (cf. Lc 8,2-3); era parte di quel gruppo di donne che seguivano e servivano Gesù (cf. Mc 15,40-41 e Mt 27,55-56). I verbi usati, parlando delle donne al seguito di Gesù, connotano i discepoli. Le donne avranno anche il ruolo di testimoni della morte, sepoltura e resurrezione di Gesù (cf. Mt 27,55-56.61; 28,1,-10; Mc 15,40-41.47; Mc 16,1-11; Lc 23,49.55-56; Lc 24,1-11). Alla fine del Vangelo di Giovanni, Maria di Magdala è posta in evidenza come la prima portatrice del Vangelo, tipo, immagine, della Chiesa che evangelizza (cf. Gv 20,1-18).
Muovendosi da Nazareth, facendo il percorso in uso prima che vi fossero le attuali strade, si arriva a Magdala - nella pianura di Ginnosar - sulla riva del lago di Tiberiade, il mare di Galilea; alla fine si passa sotto la rocca di Arbel, su cui vi sono le tracce di un villaggio del II secolo a.C.: Arbel ricorda le vicende dei Maccabei, la guerra di Erode il Grande contro Antigono per dominare il territorio, e la rivolta giudaica. Ad Arbel vi fu una presenza giudaica almeno fino all'VIII secolo.
Magdala era una ricca città col porto. Gli scavi archeologici - che testimoniano la bellezza della città - hanno messo in evidenza una sinagoga. In particolare, la Pietra di Magdala, un basamento di marmo del 66 d.C., riporta l'immagine della Menorah del tempio di Gerusalemme: testimonianza importante, perché precede la distruzione del tempio del 70 d.C.






giovedì 30 aprile 2020

Sul santo monte


Il Tabor è poco più che una collina, ma emerge - anche per la sua cima tondeggiante - sulla pianura di Izreel. Sul Tabor vi sono tracce di un culto cananaico. Oltre alla chiesa moderna, vi sono anche resti di epoca crociata.
Nella Bibbia il luogo richiama, in particolare, le vicende della profetessa Debora e di Barak contro Sìsara (cf. Gdc 4-5). Osea, citando il Tabor, rimprovera la corruzione del culto.
Il Tabor è anche immagine di maestosità, di bellezza, della gloria di Dio (cf. Ger 46,18; Sal 89,13).
Viene identificato come il monte della trasfigurazione (cf. Mt 17,1-9 e parr.) e dell'apparizione di Gesù risorto in Galilea (cf. Mt 28,16-20).
La trasfigurazione segue l'annuncio della passione: manifesta un anticipo della gloria della resurrezione. Con Gesù vi sono Pietro, Giacomo e Giovanni, gli amici presenti nei momenti in cui Gesù manifesta la sua grandezza (cf. Mc 5,21-24.35-43; 9,2-10), ma anche il suo dolore (cf. Mc 14,32-42).
Alla trasfigurazione appaiono Mosè ed Elia, e Luca sottolinea che Gesù parlava con loro dell'esodo che si sarebbe compiuto a Gerusalemme: morte, resurrezione e ascensione al cielo (cf. Lc 9,28-36).  La nube luminosa, in Matteo, rimanda all'esperienza dell'esodo: il popolo era guidato da una nube di giorno e da una colonna di fuoco di notte (cf. Mt 17,5). Un richiamo alla trasfigurazione è anche in 2 Pietro 1,17-18: «Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte».
In Matteo, con l'apparizione in Galilea - preannunciata durante la cena (cf. Mt 26,32; Mc 14,28) - ai discepoli è dato il mandato di annunziare il vangelo a tutti i popoli. Riemerge il titolo dell'Emmanuele, Dio con noi (cf. Mt 1,23; 18,19): «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (cf. Mt 28,20).

mercoledì 29 aprile 2020

Anch'egli è figlio di Abramo!



Gerico si trova a circa 258 metri sotto il livello del mare, perché è nella fossa del Giordano: la città, al livello più basso al mondo, si trova in un'oasi naturale nel deserto, grazie ad una preziosa sorgente d'acqua.
Proprio per le sue caratteristiche particolari, Gerico è stata sede di insediamenti umani e di città dall'epoca preistorica, ed in pratica continuamente. Gli scavi archeologici di Tel es-Sultan evidenziano la presenza di un insediamento umano dell'8000 a.C.: uno dei più antichi insediamenti umani, che fino a pochi anni fa si usava indicare come la 'città più antica del mondo'. Dell'antico insediamento si ammira, in particolare, una torre di pietra.
Gli scavi evidenziano circa dodici livelli: insediamenti di tempi successivi.
La Bibbia parla di Gerico all'inizio della conquista della terra sotto la guida di Giosuè (cf. Gs 2; 5,13-27). Il territorio fu assegnato ai figli di Giuseppe, cioè alle tribù di Efraim e Manasse.
Non lontano dal sito di Tel es-Sultan vi è un luogo ricordato come la sorgente di Eliseo (cf. 2 Re 2,19-22).
In una zona diversa si trovano le tracce della Gerico erodiana. Erode il Grande prese in affitto l'oasi di Gerico da Cleopatra, che l'aveva ricevuta da Marco Antonio. Dopo il suicidio di Cleopatra e Marco Antonio (30 a.C.), Erode il Grande l'ha ricevuta da Ottaviano. Come era nell'uso di Erode, abbellì la città con il suo palazzo, l'ippodromo, il teatro.
Gerico fu saccheggiata dai romani nel 68-69 d.C., mentre era in corso la repressione della rivolta giudaica.
Nel territorio del deserto, intorno a Gerico, in epoca bizantina sorsero monasteri, come il monastero che poi prese il nome di San Giorgio di Koziba. Ben visibile da Gerico è il monastero su Gebel Quruntul, noto anche come Monte della Tentazione, dove si vogliono ricordare i quaranta giorni di Gesù nel deserto, prima del suo ministero pubblico.
Dopo la sconfitta dei crociati del 1187, ad opera di Saladino, Gerico si ridusse ad un povero villaggio.
Gerico, che cominciò a riprendere importanza dopo la prima guerra mondiale, si trova nel territorio palestinese.

Tra i segni imponenti della presenza omayyade (661-750), a nord di Gerico vi è Khirbet el-Mafjar, il cosiddetto Palazzo di Hisham, probabilmente dovuto a Walid ibn Yazid, successore di Hisham ibn Abd al-Malik (724-743). Al centro del cortile vi è un monumento, che è come una 'finestra', espressione dell'adattamento omayyade di un motivo, in questo caso, romano. In un edificio riservato al califfo vi è uno dei mosaici pavimentali più belli della Terra Santa.

Gerico nei vangeli richiama due episodi: la guarigione del cieco Bartimeo (cf. Mc 10,46-52 e parr.) e l'incontro di Gesù con Zaccheo (cf. Lc 19,1-10). Si tratta di due discepoli. Del cieco guarito si dice che si mise a seguire Gesù per la via: si pone al suo seguito, mentre Gesù sta per entrare a Gerusalemme. Anche l'incontro con Zaccheo si pone alla fine del cammino di Gesù verso Gerusalemme. Zaccheo, incontrato Gesù, dà una svolta alla sua vita, mostrando nella concretezza la sua conversione: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». A lui Gesù rivolge una parola forte; era un peccatore pubblico, e del resto lui stesso ammette di avere rubato, ma viene riconosciuto come 'figlio di Abramo', il padre della fede al quale Dio ha fatto la promessa di una discendenza numerosa: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo».

martedì 28 aprile 2020

La chiesa di Sant'Anna a Gerusalemme


A Gerusalemme, presso la piscina di Betzata, non lontano dall'area del tempio, vi è la chiesa dedicata a Sant'Anna. Si tratta di uno dei monumenti crociati meglio conservati (1140). Alla chiesa era annesso un monastero benedettino.

Al tempo di Saladino divenne una scuola teologica musulmana.
Di ciò è segno una iscrizione sulla porta. Dopo la guerra di Crimea (1854-1855) la chiesa fu ceduta dalla Francia ai Padri Bianchi.

Nella cripta si fa memoria della nascita di Maria, volendo ricordare la casa della Vergine e dei genitori. Ciò rimanda a tradizioni che hanno riscontro nei vangeli apocrifi. La tradizione cristiana ha attinto ai vangeli apocrifi: si tratta - in genere - di scritti tardivi, rispetto alla redazione dei quattro vangeli. Questi scritti non sono inseriti nel canone dei libri sacri, anche perché il loro contenuto non è riconducibile all'insegnamento degli apostoli, ma - in gran parte - sono testimonianza della spiritualità cristiana e segnalano le attenzioni che si fermano, oltre che su Gesù - centro dell'annunzio evangelico -, ad esempio, su Maria e Giuseppe. Tra i tanti scritti, ricordiamo il Protovangelo di Giacomo, La storia di Giuseppe il falegname, il Libro della dormizione dello Pseudo-Giovanni. Anche l'arte cristiana ha attinto largamente alle tradizioni trasmesse attraverso i vangeli apocrifi. Vi sono, invece, vangeli apocrifi che non sorgono dalla comunità cristiana, ma da gruppi staccatisi dalla stessa: questi, con i loro contenuti, spesso in contrasto con quelli trasmessi dalla comunità cristiana, non fanno parte del patrimonio di fede e tradizioni della comunità credente in Cristo Gesù Signore (un sussidio sul tema è G. Perego-G. Mazza, ABC dei vangeli apocrifi, San Paolo 2007). La comunità cristiana ha anche assunto riflessioni e tradizioni dai testi della letteratura giudaica considerati apocrifi - è una delle denominazioni in uso - dell'Antico Testamento.
Vi sono vari luoghi nella terra santa che sono legati a tradizioni riguardanti sant'Anna e san Gioacchino: il monastero di San Giorgio di Koziba, nel deserto tra Gerusalemme e Gerico, dove si ricorda l'annuncio a Gioacchino della nascita di Maria; la chiesa di Sant'Anna a Gerusalemme dove si fa memoria della casa di sant'Anna e san Gioacchino, e della nascita di Maria; Sefforis in Galilea dove, nel medioevo, si collocava la stessa nascita di sant'Anna.

lunedì 27 aprile 2020

Vuoi guarire?


Un sito molto particolare, a Gerusalemme, è quello che rimanda alla piscina di Betzata, presso la quale avviene la guarigione di un paralitico (cf. Gv 5,1-18). Questo luogo è stato ritrovato a metà del Novecento, grazie a dei lavori che sono stati avviati per mettere in sicurezza la chiesa dedicata a sant'Anna, in cui - per un'antica tradizione - si fa memoria della nascita di Maria.
Nel brano si parla di una piscina 'a cinque portici', e ciò faceva pensare ad un elemento simbolico più che reale. Invece, gli scavi hanno portato alla luce i resti di due vasche: oltre ai quattro portici ai lati, un quinto portico era tra le due vasche. I portici furono un arricchimento, un abbellimento, fatto dal re Erode. Le due vasche (di dimensioni diverse) in basso sono comunicanti, ed alimentate dalla sorgente del Cedron e da una sorgente sotterranea. Ciò fa comprendere perché ogni tanto l'acqua si agitasse, per un afflusso improvviso e imprevedibile di acque abbondanti: la tradizione popolare pensava ad un angelo che agitasse le acque. Qualcuno guariva per l'immersione in quelle acque, e al tempo di Adriano - che trasformerà la città di Gerusalemme cancellando e soppiantando i segni del culto ebraico e cristiano - vi sarà lì un santuario pagano: anche di ciò vi sono le tracce archeologiche. Sullo stesso luogo, in epoca bizantina vi fu una grande chiesa dedicata a Maria, distrutta nel 614 dai persiani. In epoca crociata fu edificata una piccola chiesa. Dei vari edifici vi sono le tracce archeologiche.
Questo luogo si trovava a pochi passi dall'area del Tempio, luogo della presenza di Dio e del culto. Qui invece vi è un luogo di credenze popolari, di ricerca di guarigioni 'altre', di superstizioni.
Il brano di Giovanni dice che c'era una moltitudine di gente: una folla di infermi quindi si rivolgeva a questo luogo per una guarigione. Gesù proprio qui incontrerà quest'uomo di cui si dice che era malato da ben 38 anni: in pratica quasi tutta la vita. È Gesù che si interessa, e si offre di aiutarlo, dopo avergli chiesto: «Vuoi guarire?».
Gesù non dà la guarigione tramite quell'acqua, ma tramite un suo comando: non l'acqua, ma la parola di Gesù che opera secondo la volontà del Padre che vuole che tutti siano salvati, che tutti siano guariti, che tutti siano perdonati.
L’uomo non sa chi sia colui che lo ha guarito. Lo incontrerà di nuovo nel Tempio: qui Gesù lo invita a non peccare perché, al di là della salute fisica, vi è la salute-salvezza che Dio prepara. Il Padre opera per la salvezza e opera sempre. Gesù lo dice poco dopo, nel corso di una contestazione che sorge sull'osservanza del riposo del sabato: il Padre opera sempre e anche il Figlio. Gesù sta rivelando la volontà del Padre di salvare, di perdonare. Quella guarigione è segno di ciò: il Figlio vede il Padre che opera sempre, e opera per la salvezza, e interviene nello stesso modo.


   

sabato 25 aprile 2020

Abbà! Padre!


Il Getsèmani, luogo del torchio, è identificato alla base del Monte degli Ulivi come il luogo dell'arresto e della preghiera di Gesù. Nella grotta dell'arresto vi sono i segni della venerazione del luogo fin dai primi secoli del cristianesimo.
Gesù si avvia al Getsèmani cantando: «Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera (Sal 116,1)… Ogni uomo è inganno (Sal 116,11)… Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli (Sal 116,15)… Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi (Sal 118,21-23)… Celebrate il Signore, perché è buono: eterna è la sua misericordia (Sal 118,29)».
Si è conclusa la cena e Marco dice che «cantato l’inno, uscirono» (Mc 14,26), cioè al canto dei salmi dell’Hallel, come in uso alla fine della cena pasquale.
Marco, in modo particolare, sottolinea lo stato d’animo di Gesù, senza attenuare la situazione drammatica: «cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14,33); riporta anche una sua prima richiesta che «se fosse possibile passasse via da lui quell’ora» (Mc 14,35).
Accanto a Gesù vi sono i tre che gli sono più vicini e davanti ai quali, nell’amicizia, non ha un riserbo tale da celare ciò che sta provando: si tratta di Pietro, Giacomo e Giovanni. Gli stessi sono presenti nei momenti in cui manifesta la sua identità con potenza, come quando richiama in vita la figlia di Giairo (cf. Mc 5,37) e poi alla trasfigurazione (cf. Mc 9,2); ora sono lì, nel tempo della paura e del dolore mentre Gesù sta per andare incontro alla morte.
Il momento è fortemente drammatico, e Marco vuole fare ‘ascoltare’ la preghiera di Gesù, unica e irripetibile, e per questo la riporta in aramaico, la lingua in uso al tempo: «Abbà!». È come se volesse far percepire con che tono, con quale affetto, dolore, fiducia… si rivolge al Padre.
Marco scrive per un ambiente che non conosce l'aramaico, eppure più di altri riporta delle espressioni di Gesù in quella che era la lingua in uso. Così fa anche quando presenta Gesù in croce che grida al Padre, riferendo quel grido-preghiera di Gesù (cf. Mc 15,34).
In entrambe queste occasioni si manifesta il rapporto-legame col Padre. Anzi, Marco dice che il centurione che stava davanti alla croce, proprio dal modo in cui Gesù muore riconosce che è Figlio di Dio (cf. Mc 15,39). In altre due occasioni Marco riporta le espressioni di Gesù in aramaico, e si tratta di manifestazioni della sua identità: la resurrezione della figlia di Giàiro (cf. Mc 5,21-24.35-43) e la guarigione del sordomuto (cf. Mc 7,31-37).
Il grido-preghiera di Gesù dalla croce rimanda alla presenza del Padre a cui si rivolge, una presenza silenziosa, percepibile in quelle pesanti tre ore di tenebre (cf. Mc 15,33; Sal 22,4); pur sperimentando un dolore che produce come uno ‘spezzarsi del cuore’, quella preghiera esprime la certezza che il Signore non nasconde il suo volto ed ascolta il grido del povero nell’afflizione (cf. Sal 22,3.25). Questo modo, incomprensibile, di relazionarsi di Gesù al Padre viene colto dal centurione, che vede ‘come muore’ e dichiara: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39).

venerdì 24 aprile 2020

Sion madre di tutte le chiese


Secondo Epifanio di Salamina, esisteva dal 130 una chiesa sull'area del Cenacolo. Si riconoscono, nell’area del Cenacolo, pavimenti di epoca romana, bizantina e crociata. Le fondamenta sono del III secolo, e lo si identifica con la ‘piccola chiesa di Dio’ del IV secolo, che fu detta anche ‘Chiesa superiore degli Apostoli’ e nel V secolo ‘Sion, madre di tutte le Chiese’. L’edificio ha subito incendi nel 614 e nel 965.
La denominazione – Sion, madre di tutte le chiese – è indicativa dell’importanza del luogo. Del resto, il Cenacolo ricorda l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio (cf. Lc 22,15-20 e parr.), le apparizioni del Risorto e l’annunzio della remissione dei peccati (cf. Gv 20,19-29 e Lc 24,36-49), il dono dello Spirito Santo (cf. At 2,1-13) e l’inizio della predicazione degli apostoli con il sorgere della Chiesa (cf. At 2,14-41). In particolare, Cirillo di Gerusalemme ricorda in questo luogo l’evento della Pentecoste.
In epoca crociata, il Cenacolo era in rovina e già fuori dalle mura della città. Fu una delle tappe della processione penitenziale, prima dell’assalto dei crociati a Gerusalemme nel luglio del 1099.
Oggi andando al Cenacolo si visita un luogo spoglio, tenuto dagli israeliani. I francescani custodiscono un piccolo convento adiacente, che in parte ricade nell'area del Cenacolo. Infatti, la pianta dell'edificio attuale non coincide con quella dell'edificio antico.
Comunque, il luogo rimanda al sorgere a Gerusalemme della Chiesa madre di tutte le Chiese!

giovedì 23 aprile 2020

La città di Gesù


Tutta la prima parte della predicazione di Gesù ruota attorno al lago di Tiberiade e ha come centro la città di Cafarnao, che è detta «la sua città» (Mt 9,1).
Solo nel Novecento si sono ritrovati i resti di Cafarnao, che comprendono la casa di Pietro e la sinagoga. La città non era grande: si estendeva per circa 500 metri lungo il lago.
Dalla città passava la via del mare ed, all’epoca di Erode Antipa, aveva una dogana ed una guarnigione alle dipendenze di un centurione. Gli abitanti erano poveri, se è dovuto intervenire il centurione per costruire per loro la sinagoga (cf. Lc 7,1-5). In effetti, i resti delle abitazioni mostrano che non avevano tetti in pietra, perché i muri a secco non potevano sostenerli; ciò è conforme alla narrazione della guarigione del paralitico in cui si narra che scoperchiarono il tetto per calare dall'alto l'ammalato e porlo davanti a Gesù (cf. Mc 2,1-12).
I resti della casa di Pietro mostrano che dalla metà del primo secolo era luogo di celebrazione per i cristiani: la sala centrale era stata modificata e i resti, quali quelli di lampade, ne mostrano l’uso liturgico. Ancora l’edificio fu modificato nel IV secolo e poi nel V secolo, in cui fu trasformato in una chiesa ottagonale.
A Cafarnao si osservano anche i resti della sinagoga, la cui base è dei tempi di Gesù.
Nel 746 un terremoto ha distrutto Cafarnao, che già aveva perso importanza.
I resti della città possono richiamare il detto di Gesù: «E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Poiché se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!» (Mt 11,23-24).
Nonostante ciò, le strade ancora osservabili tra i resti degli edifici, possono ricordare Gesù che vi si muove ed entra di sabato nella sinagoga, dove insegna con autorità e caccia uno spirito immondo (cf. Mc 1,21-28), e poi lo si può ‘accompagnare’ mentre si sposta nella casa di Pietro dove guarisce la suocera e la chiama al servizio-discepolato (cf. Mc 1,29-31); ed ancora eccolo all’opera mentre guarisce tutti gli ammalati che stanno davanti la porta della casa di Pietro (cf. Mc 1,32-34). A Cafarnao si è verificato, inoltre, l’incontro di Gesù con Levi-Matteo: Gesù lo chiama a seguirlo, e poi si ferma a pranzo da lui con pubblicani e peccatori (cf. Mc 2,13-17).
Cafarnao è anche il momento della crisi. Gesù rimproverò coloro lo cercavano ma non si ponevano domande sulla sua identità: erano solo interessati ai benefici che potevano ricevere. Il discorso segue la moltiplicazione dei pani in cui Gesù si presenta come il Pane che dà la vita eterna. Proprio allora Gesù constata l’abbandono di tanti e la definitiva maturazione del tradimento da parte di Giuda (cf. Gv 6). Anche in Marco, alla moltiplicazione dei pani segue l’incomprensione da parte dei discepoli (cf. Mc 6,52). Dopo la seconda moltiplicazione dei pani Gesù dice ai discepoli che hanno il cuore indurito: si preoccupano perché hanno con sé un solo pane, senza rendersi conto che hanno Lui, il Pane vero (cf. Mc 8,14-21; Gv 6,32-33).
A Cafarnao vi è anche una parola di conforto per i discepoli. I discepoli sono associati al Figlio unico, che non è tenuto a pagare la tassa per il Tempio, lui che è il Figlio del Signore del Tempio (cf. Mt 17,24-27). Inoltre, a Cafarnao, nel giorno dell'abbandono da parte delle folle, Pietro dice a Gesù: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). In seguito, sempre presso il lago, Pietro è confermato nel suo ruolo per la comunità (cf. Gv 21,17); ma, intanto, è invitato a mantenersi discepolo: «Seguimi» (Gv 21,19).


mercoledì 22 aprile 2020

A Cesarea sul mare



Cesarea fu la sede dei procuratori romani: dopo la morte di Erode il Grande, la Samaria e la Giudea erano state affidate ad Archelao, ma questi si mostrò spietato (cf. Mt 2,22) ed allora – nel 6 d.C. – i Romani lo esiliarono, e cominciarono a mandare dei procuratori. Tra i procuratori romani, dal 26 al 36 d.C., vi fu Ponzio Pilato. A Cesarea è stata ritrovata una iscrizione che nomina Ponzio Pilato, e che oggi è custodita nel Museo Israel di Gerusalemme.
La città, fondata da Erode il Grande, fu resa splendida e il sito archeologico ne mostra ancora i segni:  il teatro, il palazzo di Erode, l'anfiteatro, il porto, l’acquedotto.  La collocazione lungo la riva del mare aggiunge all’imponenza dei ritrovamenti archeologici i colori e le luci tipiche del Mediterraneo, rendendo il luogo particolarmente suggestivo.
A Cesarea, mentre Pietro sta parlando di Gesù a Cornelio e alla sua famiglia (cf. At 10,34-48), si verifica l’effusione dello Spirito Santo: è una ‘nuova Pentecoste’ per gente pagana, come a Gerusalemme si era verificata per l’ambiente giudaico. Ciò aprirà alla comprensione della portata universale dell’annunzio della salvezza: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!» (At 11,18).
Pietro e Paolo passarono da Cesarea più volte (cf. At 9,30; 12,18-19; 21,8-14); e da lì partì Paolo, dopo la lunga prigionia (cf. At 23,23-26,32), alla volta di Roma (cf. At 27,1-2).
A Cesarea Paolo rimase in prigione per due anni, perché il procuratore Felice sperava che pagasse per uscire (cf. 24,26-27). Sempre a Cesarea, Paolo rese la sua testimonianza davanti ad Erode Agrippa I (cf. At 26,1-23), quasi riuscendo a convincerlo a farsi cristiano (cf. At 26,28).
Dopo i fatti narrati in Atti, a Cesarea si collocano lo scoppio nel 66 d.C. della prima rivolta giudaica e, nel 67 d.C. l’acclamazione di Vespasiano come imperatore.
Figure prestigiose del cristianesimo dei primi secoli sono collegate a Cesarea: Origene (III secolo), che va ricordato per lo studio della sacra Scrittura;  il vescovo Eusebio (IV secolo), che ci rende note molte delle vicende legate ai luoghi santi. A Cesarea vi era una biblioteca prestigiosa.
Cesarea ebbe ancora la sua importanza in epoca crociata.
Il porto di Cesarea fu presto sommerso, perché sprofondò la roccia tra due faglie geologiche, distanti tra loro 250 metri: è osservabile con l'esplorazione subacquea, e se ne può valutare l'imponenza, che si rileva dalla descrizione che ne fa Flavio Giuseppe  (cf. Guerra I,411-413). Comunque, la sosta presso questo luogo richiama la partenza degli evangelizzatori; ricorda la ‘corsa della parola’ che viene portata fino agli estremi confini della terra.


martedì 21 aprile 2020

Un forestiero a Gerusalemme!


«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!». Così dissero a Gesù i due che andavano afflitti e tristi verso Emmaus (cf. Lc 24,13-18): non riconobbero il Signore, videro un estraneo, uno straniero.
Vi sono almeno tre località individuate come possibili Emmaus; recentemente se ne è aggiunta una quarta.
La località che in epoca bizantina era considerata Emmaus è Latrun-Nicopolis: questa è la località che ha la più antica attestazione, e si trova a circa 160 stadi da Gerusalemme. Il luogo è indicato da Eusebio (330), ma fu dimenticato dopo il 639 quando la peste lo cancellò. Fino al 1967 il villaggio arabo Amwas, sul posto, conservava in pratica la memoria del nome Emmaus. In questo luogo vi sono i resti archeologici di una chiesa bizantina, all’interno della quale sorse successivamente una chiesa crociata. Anche i resti del battistero sono di epoca bizantina.
Nell'episodio narrato in Luca 24,13-35 Emmaus è collocata, in genere, a 60 stadi da Gerusalemme, circa 12 chilometri; ma in alcuni manoscritti è indicata a 160 stadi. La collocazione della località di Emmaus a 160 stadi potrebbe apparire non compatibile col racconto, dove sembra che la distanza Gerusalemme-Emmaus e ritorno sia stata coperta in una sola giornata. Ma leggendo con attenzione Luca 24 ci si rende conto che sono inclusi 'in uno stesso giorno' eventi che arriverebbero a comprendere l'ascensione al cielo di Gesù (cf. Lc 24,50-53). Invece, in Atti 1,1-11 si legge che Gesù salì al cielo dopo essere apparso per quaranta giorni. Vangelo di Luca e Atti degli apostoli sono in continuità, quale primo e secondo libro dell'opera lucana: in Luca 24 tutto è narrato come ‘in un solo giorno’, per evidenziare la particolarità di ‘quel giorno’, il giorno della resurrezione. L'autore, esperto narratore, non vuole falsare i dati: in Luca 24 presenta tutto come avvenuto in ‘un giorno solo a Gerusalemme’, utilizzando una tecnica narrativa di stampo ellenistico, l’unità di tempo e di luogo. Questo stile rende molto densa e vivace la narrazione. In Atti, poi, lo stesso autore parla dei quaranta giorni di apparizioni, senza preoccuparsi di mantenere il dato dell'unico giorno.
Proprio alla luce di quanto accennato, la collocazione del villaggio di Emmaus a Latrun-Nicopolis non risulta peregrina. Tra l'altro, Nicopolis è una località segnalata nella mappa di Madaba, in Giordania: si tratta di un mosaico pavimentale del VI secolo d.C. che raffigura la terra santa; la mappa - oltre Gerusalemme - segnala dei luoghi noti in quel tempo, e tra questi Nicopolis.
In epoca crociata, non avendo più memoria del luogo conosciuto in epoca bizantina, si pensò di individuare come Emmaus, a 60 stadi da Gerusalemme, la località che oggi si chiama Abu Gosh. Nel II secolo d.C. in questo luogo era stanziato un distaccamento della X Legione, che costruì una cisterna sopra la sorgente. Qui sorse poi la bella chiesa crociata che è arricchita da resti di affreschi. La cripta, di epoca medioevale, ingloba la cisterna romana; una iscrizione ricorda lo stanziamento della X Legione. L’attuale villaggio di Abu Gosh sorge alla base dell’altura di Kiriat-Iearìm, dove sostò l’arca dell’alleanza per venti anni (cf. 1 Sam 6,21-7,2), prima di essere portata da Davide a Gerusalemme (cf. 2 Sam 6). A Kiriat-Iearìm vi è un santuario dedicato a Maria Nostra Signora dell’Arca dell’Alleanza. Il santuario sorge sulle rovine di una chiesa del V secolo.
Ancora su una strada romana che scende verso la pianura venne individuato un altro luogo, sempre a circa 60 stadi da Gerusalemme: si tratta di Qubeibe. Ciò è avvenuto anche perché, nel frattempo, la via che passava per Abu Gosh era poco usata. Il luogo, comunque, deve essere stato utilizzato già nel XII secolo per la sosta di pellegrini che si recavano a Gerusalemme, e in seguito venne indicato come Emmaus.
Tutti questi luoghi sono importanti: al di là della possibilità di individuare con certezza la localizzazione di Emmaus, ognuno di questi è stato luogo di transito di tanti pellegrini, e porta con sé una ricchezza di storia e di storie; sono luoghi di testimonianza della fede e di ascolto del vangelo che è annuncio di resurrezione.
Accostandosi ai due di Emmaus, percorrendo lo stesso cammino, anche se sta portando lontano da Gerusalemme, si incontra il Signore: sembra uno straniero, ma la Parola compresa scalda il cuore. Si pensava di avere a che fare con uno straniero, ed adesso lo si invita a fermarsi. A tavola, nel pane spezzato, si riceve il dono di riconoscere il Signore: la gioia di questa esperienza non viene meno quando non lo si vede più. Anzi, si corre per comunicare a tutti la gioia dell'incontro con il Signore.

lunedì 20 aprile 2020

Nel deserto


Il deserto è il luogo della prima esperienza monastica cristiana.
Nel deserto di Giuda vi sono dei monasteri, alcuni dei quali ancora attivi.
Il monastero di San Giorgio di Koziba, nel Wadi Qelt, si trova lungo la via tra Gerico e Gerusalemme. Il monastero prende il nome da un monaco del VI secolo d.C.: durante il tempo in cui lo diresse, il monastero raggiunse il suo massimo splendore.
Questo monastero è uno dei luoghi in cui - particolarmente in una grotta - si fa memoria di Elia: si ricorda una sua sosta durante il viaggio verso il Sinai, l'Oreb.
Quando Elia fuggiva dalla regina Gezabele, alle soglie del deserto si fermò, non sentendosi capace di affrontare quella prova (cf. 1 Re 19,1-4): è il Signore che introduce Elia nella prova del deserto, dandogli la forza per affrontarla. Un angelo lo chiamò e gli diede cibo ed acqua che gli consentirono di arrivare fino all'Oreb, per ascoltare la voce del Signore (cf. 1 Re 19,5-8).
Il deserto è il luogo dell'esperienza di Dio, ma anche luogo della prova. In Deuteronomio 8,1-5 il popolo di Israele è invitato a ricordare i quaranta anni nel deserto come tempo in cui si è sperimentato che il Signore non fa mancare ciò che serve alla vita dell’uomo (cf. Sal 37,25). Non si tratta di grandi ricchezze: il deserto insegna la sobrietà, l’essenzialità. È tempo di spoliazione, di ritorno in se stessi, di ascolto, di fiducia. Questo richiamerà Gesù nel tempo della sua prova vittoriosa nel deserto: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Una delle grandi feste di Israele, la festa delle Capanne, Sukkot, ricorda i quaranta anni nel deserto come tempo in cui si sperimenta che, non le mura delle case sono la protezione, ma il Signore stesso, custode del suo popolo. Osea richiama il tempo del deserto come il tempo del 'fidanzamento' tra il Signore e il popolo (cf. Os 2,16-17).
Nel monastero di San Giorgio vi è anche una tradizione legata a san Gioacchino. Si narra che Gioacchino e Anna non avevano figli, mentre era importante, in particolare, avere un figlio maschio che assicurasse una discendenza, la continuità della famiglia, ed era segno di benedizione. A San Giorgio si ricorda una rivelazione a Gioacchino in pianto per la mancanza di una discendenza: avrebbe avuto non un figlio, ma una figlia. Qui la tradizione colloca l'annuncio della nascita di Maria, una figlia, ma da cui sorge una discendenza speciale, tramite il figlio Gesù.
Il monastero di San Giorgio è luogo di deserto, silenzio, ascolto, essenzialità, prova, ma anche luogo di consolazione.

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domenica 19 aprile 2020

Amata Siria


Amata Siria: con questa espressione papa Francesco fa riferimento ad un'area in cui il cristianesimo ha avuto il suo primo sviluppo. Pensiamo in particolare ad Antiochia di Siria, o Antiochia sull'Oronte, che dal 1924 è inserita nel territorio della Turchia.
Oggi ad Antiochia rimane, come segno di una importante storia, una chiesa rupestre chiamata Grotta di S. Pietro. La presenza della comunità cristiana consta di pochi membri. Eppure questa è stata la sede di una Chiesa di grande rilievo, nominata nei primi secoli del cristianesimo accanto a Roma, Costantinopoli, Gerusalemme e Alessandria.
Ad Antiochia arrivarono dei cristiani fuggiti da Gerusalemme, a causa della persecuzione scoppiata dopo il martirio di Stefano (cf. At 8,1-2.4; 11,19-21). Questi portarono l'annuncio del vangelo, che fu accolto: si formò una comunità tale che ne giunse notizia a Gerusalemme. Allora la Chiesa di Gerusalemme mandò lì Barnaba. L'annuncio viene portato da battezzati; successivamente vi arriva Barnaba inviato da Gerusalemme (cf. At 11,22-24); poi vi starà per circa un anno Saulo-Paolo, condotto lì da Barnaba (cf. At 11,25-26); e si ha notizia anche della presenza di Pietro ad Antiochia (cf. Gal 2,11).
In tempi più recenti, XVIII secolo, ricordiamo - per analogia con questa storia antica - la prima diffusione del vangelo in Corea per opera di battezzati.
Antiochia viene ricordata come il luogo in cui ebbe origine il termine 'cristiani'; prima i credenti in Cristo erano designati come 'discepoli della Via'. Ma Antiochia è anche il luogo in cui inizia l'evangelizzazione dei pagani (cf. At 11,19). I primi credenti erano giudeo-cristiani, e fu necessaria una rivelazione - così si narra in Atti 10 - per comprendere che la salvezza è per tutti i popoli: Pietro, guidato dallo Spirito - primo protagonista di Atti degli Apostoli -, riconosce che Dio non fa alcuna discriminazione, e accoglie persone provenienti da qualsiasi popolo (cf. At 10,1-36). Proprio ad Antiochia, comunque, si inaugura la predicazione ai pagani.
La Chiesa di Antiochia si presenta dagli inizi con una organizzazione particolare, di tipo carismatico: alla guida vi sono profeti e maestri (cf. At 13,1). Da Antiochia parte anche il primo viaggio missionario, sempre per ispirazione dello Spirito (cf. At 13,2-3). Ad Antiochia si colloca anche la redazione del Vangelo di Matteo.
Nelle lettere di Ignazio, vescovo di Antiochia, vi è la testimonianza su questa Chiesa (II secolo d.C.):  si percepisce che si tratta di una Chiesa strutturata, così come lo saranno presto tutte le Chiese, con alla guida un vescovo, insieme a presbiteri e diaconi.
Tutto il territorio della Siria è ricco della memoria del sorgere del cristianesimo. Di origine siriaca è la Didachè (II secolo d.C.), che ci consegna anche uno dei primi testi per la liturgia. Tra i luoghi che mantengono delle preziose tradizioni in Siria ricordiamo Ma'loula, presso Damasco. In un monastero si fa memoria di Santa Tecla, discepola di San Paolo; nel monastero di San Sergio i pellegrini arrivando - quando ciò era possibile - ricevevano il dono di ascoltare da un monaco la preghiera del Padre nostro in aramaico, la lingua del tempo di Gesù e mantenuta in uso in questo villaggio, ed in altri due.
Così come guardiamo con gratitudine a Gerusalemme, la Chiesa madre di tutte le Chiese, ricordiamo la Chiesa di Antiochia di Siria, l'amata Siria, significativa per il cammino delle Chiese.