martedì 12 maggio 2020

Una torre la cui cima tocchi il cielo

In Genesi 11,1-9 si legge del desiderio degli uomini di competere con Dio stesso, di pensare di potere non aveva bisogno di lui. Questo viene espresso dalla decisione di farsi una città e una torre che tocchi il cielo. Un po' come nel giardino in Eden (cf. Gen 2,4a-3,24), l'uomo pensa di poter 'essere dio', senza Dio. «L'uomo, in verità, non sbaglia a riconoscersi superiore alle cose corporali e a considerarsi più che soltanto una particella della natura o un elemento anonimo della città umana» (Gaudium et Spes 14). Si inganna, però, l'uomo quando pensa di poter realizzare in pienezza le sue aspirazioni, che Dio stesso gli ha posto nel cuore, senza Dio. «La creatura, infatti, senza il Creatore svanisce» (Gaudium et Spes 36).
Il racconto di Genesi 11 si chiude con la dispersione degli uomini, con la confusione delle lingue.
La torre che si innalza fino al cielo richiama le ziggurat, di cui se ne ammirano i resti soprattutto nella Mesopotamia. La ziggurat conservata meglio è a Choga Zanbil, nel territorio dell'Iran. 
Dopo questo racconto, in Genesi, con la chiamata di Abramo, inizia un dialogo tra Dio e l'uomo che, in Atti 2, arriva alla ricomposizione delle relazioni, alla comprensione tra persone di lingue diverse. Ciò accade per la presenza di Dio, la discesa dello Spirito Santo, perché Dio è amore (cf. 1 Gv 4,8).  

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