giovedì 30 aprile 2020
Sul santo monte
Il Tabor è poco più che una collina, ma emerge - anche per la sua cima tondeggiante - sulla pianura di Izreel. Sul Tabor vi sono tracce di un culto cananaico. Oltre alla chiesa moderna, vi sono anche resti di epoca crociata.
Nella Bibbia il luogo richiama, in particolare, le vicende della profetessa Debora e di Barak contro Sìsara (cf. Gdc 4-5). Osea, citando il Tabor, rimprovera la corruzione del culto.
Il Tabor è anche immagine di maestosità, di bellezza, della gloria di Dio (cf. Ger 46,18; Sal 89,13).
Viene identificato come il monte della trasfigurazione (cf. Mt 17,1-9 e parr.) e dell'apparizione di Gesù risorto in Galilea (cf. Mt 28,16-20).
La trasfigurazione segue l'annuncio della passione: manifesta un anticipo della gloria della resurrezione. Con Gesù vi sono Pietro, Giacomo e Giovanni, gli amici presenti nei momenti in cui Gesù manifesta la sua grandezza (cf. Mc 5,21-24.35-43; 9,2-10), ma anche il suo dolore (cf. Mc 14,32-42).
Alla trasfigurazione appaiono Mosè ed Elia, e Luca sottolinea che Gesù parlava con loro dell'esodo che si sarebbe compiuto a Gerusalemme: morte, resurrezione e ascensione al cielo (cf. Lc 9,28-36). La nube luminosa, in Matteo, rimanda all'esperienza dell'esodo: il popolo era guidato da una nube di giorno e da una colonna di fuoco di notte (cf. Mt 17,5). Un richiamo alla trasfigurazione è anche in 2 Pietro 1,17-18: «Egli ricevette infatti onore e gloria da Dio Padre quando dalla maestosa gloria gli fu rivolta questa voce: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto". Questa voce noi l'abbiamo udita scendere dal cielo mentre eravamo con lui sul santo monte».
In Matteo, con l'apparizione in Galilea - preannunciata durante la cena (cf. Mt 26,32; Mc 14,28) - ai discepoli è dato il mandato di annunziare il vangelo a tutti i popoli. Riemerge il titolo dell'Emmanuele, Dio con noi (cf. Mt 1,23; 18,19): «Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (cf. Mt 28,20).
mercoledì 29 aprile 2020
Anch'egli è figlio di Abramo!
Gerico si trova a circa 258 metri sotto il livello del mare, perché è nella fossa del Giordano: la città, al livello più basso al mondo, si trova in un'oasi naturale nel deserto, grazie ad una preziosa sorgente d'acqua.
Proprio per le sue caratteristiche particolari, Gerico è stata sede di insediamenti umani e di città dall'epoca preistorica, ed in pratica continuamente. Gli scavi archeologici di Tel es-Sultan evidenziano la presenza di un insediamento umano dell'8000 a.C.: uno dei più antichi insediamenti umani, che fino a pochi anni fa si usava indicare come la 'città più antica del mondo'. Dell'antico insediamento si ammira, in particolare, una torre di pietra.
Gli scavi evidenziano circa dodici livelli: insediamenti di tempi successivi.
La Bibbia parla di Gerico all'inizio della conquista della terra sotto la guida di Giosuè (cf. Gs 2; 5,13-27). Il territorio fu assegnato ai figli di Giuseppe, cioè alle tribù di Efraim e Manasse.
Non lontano dal sito di Tel es-Sultan vi è un luogo ricordato come la sorgente di Eliseo (cf. 2 Re 2,19-22).
In una zona diversa si trovano le tracce della Gerico erodiana. Erode il Grande prese in affitto l'oasi di Gerico da Cleopatra, che l'aveva ricevuta da Marco Antonio. Dopo il suicidio di Cleopatra e Marco Antonio (30 a.C.), Erode il Grande l'ha ricevuta da Ottaviano. Come era nell'uso di Erode, abbellì la città con il suo palazzo, l'ippodromo, il teatro.
Gerico fu saccheggiata dai romani nel 68-69 d.C., mentre era in corso la repressione della rivolta giudaica.
Nel territorio del deserto, intorno a Gerico, in epoca bizantina sorsero monasteri, come il monastero che poi prese il nome di San Giorgio di Koziba. Ben visibile da Gerico è il monastero su Gebel Quruntul, noto anche come Monte della Tentazione, dove si vogliono ricordare i quaranta giorni di Gesù nel deserto, prima del suo ministero pubblico.
Dopo la sconfitta dei crociati del 1187, ad opera di Saladino, Gerico si ridusse ad un povero villaggio.
Gerico, che cominciò a riprendere importanza dopo la prima guerra mondiale, si trova nel territorio palestinese.
Gerico nei vangeli richiama due episodi: la guarigione del cieco Bartimeo (cf. Mc 10,46-52 e parr.) e l'incontro di Gesù con Zaccheo (cf. Lc 19,1-10). Si tratta di due discepoli. Del cieco guarito si dice che si mise a seguire Gesù per la via: si pone al suo seguito, mentre Gesù sta per entrare a Gerusalemme. Anche l'incontro con Zaccheo si pone alla fine del cammino di Gesù verso Gerusalemme. Zaccheo, incontrato Gesù, dà una svolta alla sua vita, mostrando nella concretezza la sua conversione: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto». A lui Gesù rivolge una parola forte; era un peccatore pubblico, e del resto lui stesso ammette di avere rubato, ma viene riconosciuto come 'figlio di Abramo', il padre della fede al quale Dio ha fatto la promessa di una discendenza numerosa: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch'egli è figlio di Abramo».
martedì 28 aprile 2020
La chiesa di Sant'Anna a Gerusalemme
A Gerusalemme, presso la piscina di Betzata, non lontano dall'area del tempio, vi è la chiesa dedicata a Sant'Anna. Si tratta di uno dei monumenti crociati meglio conservati (1140). Alla chiesa era annesso un monastero benedettino.
Al tempo di Saladino divenne una scuola teologica musulmana.
Di ciò è segno una iscrizione sulla porta. Dopo la guerra di Crimea (1854-1855) la chiesa fu ceduta dalla Francia ai Padri Bianchi.
Di ciò è segno una iscrizione sulla porta. Dopo la guerra di Crimea (1854-1855) la chiesa fu ceduta dalla Francia ai Padri Bianchi.
Nella cripta si fa memoria della nascita di Maria, volendo ricordare la casa della Vergine e dei genitori. Ciò rimanda a tradizioni che hanno riscontro nei vangeli apocrifi. La tradizione cristiana ha attinto ai vangeli apocrifi: si tratta - in genere - di scritti tardivi, rispetto alla redazione dei quattro vangeli. Questi scritti non sono inseriti nel canone dei libri sacri, anche perché il loro contenuto non è riconducibile all'insegnamento degli apostoli, ma - in gran parte - sono testimonianza della spiritualità cristiana e segnalano le attenzioni che si fermano, oltre che su Gesù - centro dell'annunzio evangelico -, ad esempio, su Maria e Giuseppe. Tra i tanti scritti, ricordiamo il Protovangelo di Giacomo, La storia di Giuseppe il falegname, il Libro della dormizione dello Pseudo-Giovanni. Anche l'arte cristiana ha attinto largamente alle tradizioni trasmesse attraverso i vangeli apocrifi. Vi sono, invece, vangeli apocrifi che non sorgono dalla comunità cristiana, ma da gruppi staccatisi dalla stessa: questi, con i loro contenuti, spesso in contrasto con quelli trasmessi dalla comunità cristiana, non fanno parte del patrimonio di fede e tradizioni della comunità credente in Cristo Gesù Signore (un sussidio sul tema è G. Perego-G. Mazza, ABC dei vangeli apocrifi, San Paolo 2007). La comunità cristiana ha anche assunto riflessioni e tradizioni dai testi della letteratura giudaica considerati apocrifi - è una delle denominazioni in uso - dell'Antico Testamento.
Vi sono vari luoghi nella terra santa che sono legati a tradizioni riguardanti sant'Anna e san Gioacchino: il monastero di San Giorgio di Koziba, nel deserto tra Gerusalemme e Gerico, dove si ricorda l'annuncio a Gioacchino della nascita di Maria; la chiesa di Sant'Anna a Gerusalemme dove si fa memoria della casa di sant'Anna e san Gioacchino, e della nascita di Maria; Sefforis in Galilea dove, nel medioevo, si collocava la stessa nascita di sant'Anna.
lunedì 27 aprile 2020
Vuoi guarire?
Un sito molto particolare, a Gerusalemme, è quello che rimanda alla piscina di Betzata, presso la quale avviene la guarigione di un paralitico (cf. Gv 5,1-18). Questo luogo è stato ritrovato a metà del Novecento, grazie a dei lavori che sono stati avviati per mettere in sicurezza la chiesa dedicata a sant'Anna, in cui - per un'antica tradizione - si fa memoria della nascita di Maria.
Nel brano si parla di una piscina 'a cinque portici', e ciò faceva pensare ad un elemento simbolico più che reale. Invece, gli scavi hanno portato alla luce i resti di due vasche: oltre ai quattro portici ai lati, un quinto portico era tra le due vasche. I portici furono un arricchimento, un abbellimento, fatto dal re Erode. Le due vasche (di dimensioni diverse) in basso sono comunicanti, ed alimentate dalla sorgente del Cedron e da una sorgente sotterranea. Ciò fa comprendere perché ogni tanto l'acqua si agitasse, per un afflusso improvviso e imprevedibile di acque abbondanti: la tradizione popolare pensava ad un angelo che agitasse le acque. Qualcuno guariva per l'immersione in quelle acque, e al tempo di Adriano - che trasformerà la città di Gerusalemme cancellando e soppiantando i segni del culto ebraico e cristiano - vi sarà lì un santuario pagano: anche di ciò vi sono le tracce archeologiche. Sullo stesso luogo, in epoca bizantina vi fu una grande chiesa dedicata a Maria, distrutta nel 614 dai persiani. In epoca crociata fu edificata una piccola chiesa. Dei vari edifici vi sono le tracce archeologiche.
Questo luogo si trovava a pochi passi dall'area del Tempio, luogo della presenza di Dio e del culto. Qui invece vi è un luogo di credenze popolari, di ricerca di guarigioni 'altre', di superstizioni.
Il brano di Giovanni dice che c'era una moltitudine di gente: una folla di infermi quindi si rivolgeva a questo luogo per una guarigione. Gesù proprio qui incontrerà quest'uomo di cui si dice che era malato da ben 38 anni: in pratica quasi tutta la vita. È Gesù che si interessa, e si offre di aiutarlo, dopo avergli chiesto: «Vuoi guarire?».
Gesù non dà la guarigione tramite quell'acqua, ma tramite un suo comando: non l'acqua, ma la parola di Gesù che opera secondo la volontà del Padre che vuole che tutti siano salvati, che tutti siano guariti, che tutti siano perdonati.
L’uomo non sa chi sia colui che lo ha guarito. Lo incontrerà di nuovo nel Tempio: qui Gesù lo invita a non peccare perché, al di là della salute fisica, vi è la salute-salvezza che Dio prepara. Il Padre opera per la salvezza e opera sempre. Gesù lo dice poco dopo, nel corso di una contestazione che sorge sull'osservanza del riposo del sabato: il Padre opera sempre e anche il Figlio. Gesù sta rivelando la volontà del Padre di salvare, di perdonare. Quella guarigione è segno di ciò: il Figlio vede il Padre che opera sempre, e opera per la salvezza, e interviene nello stesso modo.
sabato 25 aprile 2020
Abbà! Padre!
Il Getsèmani, luogo del torchio, è identificato alla base del Monte degli Ulivi come il luogo dell'arresto e della preghiera di Gesù. Nella grotta dell'arresto vi sono i segni della venerazione del luogo fin dai primi secoli del cristianesimo.
Gesù si avvia al Getsèmani cantando: «Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera (Sal 116,1)… Ogni uomo è inganno (Sal 116,11)… Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli (Sal 116,15)… Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi (Sal 118,21-23)… Celebrate il Signore, perché è buono: eterna è la sua misericordia (Sal 118,29)».
Si è conclusa la cena e Marco dice che «cantato l’inno, uscirono» (Mc 14,26), cioè al canto dei salmi dell’Hallel, come in uso alla fine della cena pasquale.
Marco, in modo particolare, sottolinea lo stato d’animo di Gesù, senza attenuare la situazione drammatica: «cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14,33); riporta anche una sua prima richiesta che «se fosse possibile passasse via da lui quell’ora» (Mc 14,35).
Accanto a Gesù vi sono i tre che gli sono più vicini e davanti ai quali, nell’amicizia, non ha un riserbo tale da celare ciò che sta provando: si tratta di Pietro, Giacomo e Giovanni. Gli stessi sono presenti nei momenti in cui manifesta la sua identità con potenza, come quando richiama in vita la figlia di Giairo (cf. Mc 5,37) e poi alla trasfigurazione (cf. Mc 9,2); ora sono lì, nel tempo della paura e del dolore mentre Gesù sta per andare incontro alla morte.
Il momento è fortemente drammatico, e Marco vuole fare ‘ascoltare’ la preghiera di Gesù, unica e irripetibile, e per questo la riporta in aramaico, la lingua in uso al tempo: «Abbà!». È come se volesse far percepire con che tono, con quale affetto, dolore, fiducia… si rivolge al Padre.
Marco scrive per un ambiente che non conosce l'aramaico, eppure più di altri riporta delle espressioni di Gesù in quella che era la lingua in uso. Così fa anche quando presenta Gesù in croce che grida al Padre, riferendo quel grido-preghiera di Gesù (cf. Mc 15,34).
In entrambe queste occasioni si manifesta il rapporto-legame col Padre. Anzi, Marco dice che il centurione che stava davanti alla croce, proprio dal modo in cui Gesù muore riconosce che è Figlio di Dio (cf. Mc 15,39). In altre due occasioni Marco riporta le espressioni di Gesù in aramaico, e si tratta di manifestazioni della sua identità: la resurrezione della figlia di Giàiro (cf. Mc 5,21-24.35-43) e la guarigione del sordomuto (cf. Mc 7,31-37).
Il grido-preghiera di Gesù dalla croce rimanda alla presenza del Padre a cui si rivolge, una presenza silenziosa, percepibile in quelle pesanti tre ore di tenebre (cf. Mc 15,33; Sal 22,4); pur sperimentando un dolore che produce come uno ‘spezzarsi del cuore’, quella preghiera esprime la certezza che il Signore non nasconde il suo volto ed ascolta il grido del povero nell’afflizione (cf. Sal 22,3.25). Questo modo, incomprensibile, di relazionarsi di Gesù al Padre viene colto dal centurione, che vede ‘come muore’ e dichiara: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39).
venerdì 24 aprile 2020
Sion madre di tutte le chiese
Secondo Epifanio di Salamina, esisteva dal 130 una chiesa sull'area del Cenacolo. Si riconoscono, nell’area del Cenacolo, pavimenti di epoca romana, bizantina e crociata. Le fondamenta sono del III secolo, e lo si identifica con la ‘piccola chiesa di Dio’ del IV secolo, che fu detta anche ‘Chiesa superiore degli Apostoli’ e nel V secolo ‘Sion, madre di tutte le Chiese’. L’edificio ha subito incendi nel 614 e nel 965.
La denominazione – Sion, madre di tutte le chiese – è indicativa dell’importanza del luogo. Del resto, il Cenacolo ricorda l’istituzione dell’Eucaristia e del sacerdozio (cf. Lc 22,15-20 e parr.), le apparizioni del Risorto e l’annunzio della remissione dei peccati (cf. Gv 20,19-29 e Lc 24,36-49), il dono dello Spirito Santo (cf. At 2,1-13) e l’inizio della predicazione degli apostoli con il sorgere della Chiesa (cf. At 2,14-41). In particolare, Cirillo di Gerusalemme ricorda in questo luogo l’evento della Pentecoste.
In epoca crociata, il Cenacolo era in rovina e già fuori dalle mura della città. Fu una delle tappe della processione penitenziale, prima dell’assalto dei crociati a Gerusalemme nel luglio del 1099.
Oggi andando al Cenacolo si visita un luogo spoglio, tenuto dagli israeliani. I francescani custodiscono un piccolo convento adiacente, che in parte ricade nell'area del Cenacolo. Infatti, la pianta dell'edificio attuale non coincide con quella dell'edificio antico.
Comunque, il luogo rimanda al sorgere a Gerusalemme della Chiesa madre di tutte le Chiese!
giovedì 23 aprile 2020
La città di Gesù
Tutta la prima parte della predicazione di Gesù ruota attorno al lago di Tiberiade e ha come centro la città di Cafarnao, che è detta «la sua città» (Mt 9,1).
Solo nel Novecento si sono ritrovati i resti di Cafarnao, che comprendono la casa di Pietro e la sinagoga. La città non era grande: si estendeva per circa 500 metri lungo il lago.
Dalla città passava la via del mare ed, all’epoca di Erode Antipa, aveva una dogana ed una guarnigione alle dipendenze di un centurione. Gli abitanti erano poveri, se è dovuto intervenire il centurione per costruire per loro la sinagoga (cf. Lc 7,1-5). In effetti, i resti delle abitazioni mostrano che non avevano tetti in pietra, perché i muri a secco non potevano sostenerli; ciò è conforme alla narrazione della guarigione del paralitico in cui si narra che scoperchiarono il tetto per calare dall'alto l'ammalato e porlo davanti a Gesù (cf. Mc 2,1-12).
I resti della casa di Pietro mostrano che dalla metà del primo secolo era luogo di celebrazione per i cristiani: la sala centrale era stata modificata e i resti, quali quelli di lampade, ne mostrano l’uso liturgico. Ancora l’edificio fu modificato nel IV secolo e poi nel V secolo, in cui fu trasformato in una chiesa ottagonale.
A Cafarnao si osservano anche i resti della sinagoga, la cui base è dei tempi di Gesù.
Nel 746 un terremoto ha distrutto Cafarnao, che già aveva perso importanza.
I resti della città possono richiamare il detto di Gesù: «E tu, Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai! Poiché se in Sodoma fossero avvenuti i miracoli compiuti in te, oggi ancora essa esisterebbe! Ebbene io vi dico: Nel giorno del giudizio avrà una sorte meno dura della tua!» (Mt 11,23-24).
Nonostante ciò, le strade ancora osservabili tra i resti degli edifici, possono ricordare Gesù che vi si muove ed entra di sabato nella sinagoga, dove insegna con autorità e caccia uno spirito immondo (cf. Mc 1,21-28), e poi lo si può ‘accompagnare’ mentre si sposta nella casa di Pietro dove guarisce la suocera e la chiama al servizio-discepolato (cf. Mc 1,29-31); ed ancora eccolo all’opera mentre guarisce tutti gli ammalati che stanno davanti la porta della casa di Pietro (cf. Mc 1,32-34). A Cafarnao si è verificato, inoltre, l’incontro di Gesù con Levi-Matteo: Gesù lo chiama a seguirlo, e poi si ferma a pranzo da lui con pubblicani e peccatori (cf. Mc 2,13-17).
Cafarnao è anche il momento della crisi. Gesù rimproverò coloro lo cercavano ma non si ponevano domande sulla sua identità: erano solo interessati ai benefici che potevano ricevere. Il discorso segue la moltiplicazione dei pani in cui Gesù si presenta come il Pane che dà la vita eterna. Proprio allora Gesù constata l’abbandono di tanti e la definitiva maturazione del tradimento da parte di Giuda (cf. Gv 6). Anche in Marco, alla moltiplicazione dei pani segue l’incomprensione da parte dei discepoli (cf. Mc 6,52). Dopo la seconda moltiplicazione dei pani Gesù dice ai discepoli che hanno il cuore indurito: si preoccupano perché hanno con sé un solo pane, senza rendersi conto che hanno Lui, il Pane vero (cf. Mc 8,14-21; Gv 6,32-33).
A Cafarnao vi è anche una parola di conforto per i discepoli. I discepoli sono associati al Figlio unico, che non è tenuto a pagare la tassa per il Tempio, lui che è il Figlio del Signore del Tempio (cf. Mt 17,24-27). Inoltre, a Cafarnao, nel giorno dell'abbandono da parte delle folle, Pietro dice a Gesù: «Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna; noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). In seguito, sempre presso il lago, Pietro è confermato nel suo ruolo per la comunità (cf. Gv 21,17); ma, intanto, è invitato a mantenersi discepolo: «Seguimi» (Gv 21,19).
mercoledì 22 aprile 2020
A Cesarea sul mare
Cesarea fu la sede dei procuratori romani: dopo la morte di Erode il Grande, la Samaria e la Giudea erano state affidate ad Archelao, ma questi si mostrò spietato (cf. Mt 2,22) ed allora – nel 6 d.C. – i Romani lo esiliarono, e cominciarono a mandare dei procuratori. Tra i procuratori romani, dal 26 al 36 d.C., vi fu Ponzio Pilato. A Cesarea è stata ritrovata una iscrizione che nomina Ponzio Pilato, e che oggi è custodita nel Museo Israel di Gerusalemme.
La città, fondata da Erode il Grande, fu resa splendida e il sito archeologico ne mostra ancora i segni: il teatro, il palazzo di Erode, l'anfiteatro, il porto, l’acquedotto. La collocazione lungo la riva del mare aggiunge all’imponenza dei ritrovamenti archeologici i colori e le luci tipiche del Mediterraneo, rendendo il luogo particolarmente suggestivo.
A Cesarea, mentre Pietro sta parlando di Gesù a Cornelio e alla sua famiglia (cf. At 10,34-48), si verifica l’effusione dello Spirito Santo: è una ‘nuova Pentecoste’ per gente pagana, come a Gerusalemme si era verificata per l’ambiente giudaico. Ciò aprirà alla comprensione della portata universale dell’annunzio della salvezza: «Dunque anche ai pagani Dio ha concesso che si convertano perché abbiano la vita!» (At 11,18).
Pietro e Paolo passarono da Cesarea più volte (cf. At 9,30; 12,18-19; 21,8-14); e da lì partì Paolo, dopo la lunga prigionia (cf. At 23,23-26,32), alla volta di Roma (cf. At 27,1-2).
A Cesarea Paolo rimase in prigione per due anni, perché il procuratore Felice sperava che pagasse per uscire (cf. 24,26-27). Sempre a Cesarea, Paolo rese la sua testimonianza davanti ad Erode Agrippa I (cf. At 26,1-23), quasi riuscendo a convincerlo a farsi cristiano (cf. At 26,28).
Dopo i fatti narrati in Atti, a Cesarea si collocano lo scoppio nel 66 d.C. della prima rivolta giudaica e, nel 67 d.C. l’acclamazione di Vespasiano come imperatore.
Figure prestigiose del cristianesimo dei primi secoli sono collegate a Cesarea: Origene (III secolo), che va ricordato per lo studio della sacra Scrittura; il vescovo Eusebio (IV secolo), che ci rende note molte delle vicende legate ai luoghi santi. A Cesarea vi era una biblioteca prestigiosa.
Cesarea ebbe ancora la sua importanza in epoca crociata.
Il porto di Cesarea fu presto sommerso, perché sprofondò la roccia tra due faglie geologiche, distanti tra loro 250 metri: è osservabile con l'esplorazione subacquea, e se ne può valutare l'imponenza, che si rileva dalla descrizione che ne fa Flavio Giuseppe (cf. Guerra I,411-413). Comunque, la sosta presso questo luogo richiama la partenza degli evangelizzatori; ricorda la ‘corsa della parola’ che viene portata fino agli estremi confini della terra.
martedì 21 aprile 2020
Un forestiero a Gerusalemme!
«Solo tu sei forestiero a Gerusalemme!». Così dissero a Gesù i due che andavano afflitti e tristi verso Emmaus (cf. Lc 24,13-18): non riconobbero il Signore, videro un estraneo, uno straniero.
Vi sono almeno tre località individuate come possibili Emmaus; recentemente se ne è aggiunta una quarta.
La località che in epoca bizantina era considerata Emmaus è Latrun-Nicopolis: questa è la località che ha la più antica attestazione, e si trova a circa 160 stadi da Gerusalemme. Il luogo è indicato da Eusebio (330), ma fu dimenticato dopo il 639 quando la peste lo cancellò. Fino al 1967 il villaggio arabo Amwas, sul posto, conservava in pratica la memoria del nome Emmaus. In questo luogo vi sono i resti archeologici di una chiesa bizantina, all’interno della quale sorse successivamente una chiesa crociata. Anche i resti del battistero sono di epoca bizantina.
Nell'episodio narrato in Luca 24,13-35 Emmaus è collocata, in genere, a 60 stadi da Gerusalemme, circa 12 chilometri; ma in alcuni manoscritti è indicata a 160 stadi. La collocazione della località di Emmaus a 160 stadi potrebbe apparire non compatibile col racconto, dove sembra che la distanza Gerusalemme-Emmaus e ritorno sia stata coperta in una sola giornata. Ma leggendo con attenzione Luca 24 ci si rende conto che sono inclusi 'in uno stesso giorno' eventi che arriverebbero a comprendere l'ascensione al cielo di Gesù (cf. Lc 24,50-53). Invece, in Atti 1,1-11 si legge che Gesù salì al cielo dopo essere apparso per quaranta giorni. Vangelo di Luca e Atti degli apostoli sono in continuità, quale primo e secondo libro dell'opera lucana: in Luca 24 tutto è narrato come ‘in un solo giorno’, per evidenziare la particolarità di ‘quel giorno’, il giorno della resurrezione. L'autore, esperto narratore, non vuole falsare i dati: in Luca 24 presenta tutto come avvenuto in ‘un giorno solo a Gerusalemme’, utilizzando una tecnica narrativa di stampo ellenistico, l’unità di tempo e di luogo. Questo stile rende molto densa e vivace la narrazione. In Atti, poi, lo stesso autore parla dei quaranta giorni di apparizioni, senza preoccuparsi di mantenere il dato dell'unico giorno.
Proprio alla luce di quanto accennato, la collocazione del villaggio di Emmaus a Latrun-Nicopolis non risulta peregrina. Tra l'altro, Nicopolis è una località segnalata nella mappa di Madaba, in Giordania: si tratta di un mosaico pavimentale del VI secolo d.C. che raffigura la terra santa; la mappa - oltre Gerusalemme - segnala dei luoghi noti in quel tempo, e tra questi Nicopolis.
In epoca crociata, non avendo più memoria del luogo conosciuto in epoca bizantina, si pensò di individuare come Emmaus, a 60 stadi da Gerusalemme, la località che oggi si chiama Abu Gosh. Nel II secolo d.C. in questo luogo era stanziato un distaccamento della X Legione, che costruì una cisterna sopra la sorgente. Qui sorse poi la bella chiesa crociata che è arricchita da resti di affreschi. La cripta, di epoca medioevale, ingloba la cisterna romana; una iscrizione ricorda lo stanziamento della X Legione. L’attuale villaggio di Abu Gosh sorge alla base dell’altura di Kiriat-Iearìm, dove sostò l’arca dell’alleanza per venti anni (cf. 1 Sam 6,21-7,2), prima di essere portata da Davide a Gerusalemme (cf. 2 Sam 6). A Kiriat-Iearìm vi è un santuario dedicato a Maria Nostra Signora dell’Arca dell’Alleanza. Il santuario sorge sulle rovine di una chiesa del V secolo.
Ancora su una strada romana che scende verso la pianura venne individuato un altro luogo, sempre a circa 60 stadi da Gerusalemme: si tratta di Qubeibe. Ciò è avvenuto anche perché, nel frattempo, la via che passava per Abu Gosh era poco usata. Il luogo, comunque, deve essere stato utilizzato già nel XII secolo per la sosta di pellegrini che si recavano a Gerusalemme, e in seguito venne indicato come Emmaus.
Tutti questi luoghi sono importanti: al di là della possibilità di individuare con certezza la localizzazione di Emmaus, ognuno di questi è stato luogo di transito di tanti pellegrini, e porta con sé una ricchezza di storia e di storie; sono luoghi di testimonianza della fede e di ascolto del vangelo che è annuncio di resurrezione.
Accostandosi ai due di Emmaus, percorrendo lo stesso cammino, anche se sta portando lontano da Gerusalemme, si incontra il Signore: sembra uno straniero, ma la Parola compresa scalda il cuore. Si pensava di avere a che fare con uno straniero, ed adesso lo si invita a fermarsi. A tavola, nel pane spezzato, si riceve il dono di riconoscere il Signore: la gioia di questa esperienza non viene meno quando non lo si vede più. Anzi, si corre per comunicare a tutti la gioia dell'incontro con il Signore.
lunedì 20 aprile 2020
Nel deserto
Il deserto è il luogo della prima esperienza monastica cristiana.
Nel deserto di Giuda vi sono dei monasteri, alcuni dei quali ancora attivi.
Il monastero di San Giorgio di Koziba, nel Wadi Qelt, si trova lungo la via tra Gerico e Gerusalemme. Il monastero prende il nome da un monaco del VI secolo d.C.: durante il tempo in cui lo diresse, il monastero raggiunse il suo massimo splendore.
Questo monastero è uno dei luoghi in cui - particolarmente in una grotta - si fa memoria di Elia: si ricorda una sua sosta durante il viaggio verso il Sinai, l'Oreb.
Quando Elia fuggiva dalla regina Gezabele, alle soglie del deserto si fermò, non sentendosi capace di affrontare quella prova (cf. 1 Re 19,1-4): è il Signore che introduce Elia nella prova del deserto, dandogli la forza per affrontarla. Un angelo lo chiamò e gli diede cibo ed acqua che gli consentirono di arrivare fino all'Oreb, per ascoltare la voce del Signore (cf. 1 Re 19,5-8).
Il deserto è il luogo dell'esperienza di Dio, ma anche luogo della prova. In Deuteronomio 8,1-5 il popolo di Israele è invitato a ricordare i quaranta anni nel deserto come tempo in cui si è sperimentato che il Signore non fa mancare ciò che serve alla vita dell’uomo (cf. Sal 37,25). Non si tratta di grandi ricchezze: il deserto insegna la sobrietà, l’essenzialità. È tempo di spoliazione, di ritorno in se stessi, di ascolto, di fiducia. Questo richiamerà Gesù nel tempo della sua prova vittoriosa nel deserto: «Non di solo pane vivrà l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio» (Mt 4,4). Una delle grandi feste di Israele, la festa delle Capanne, Sukkot, ricorda i quaranta anni nel deserto come tempo in cui si sperimenta che, non le mura delle case sono la protezione, ma il Signore stesso, custode del suo popolo. Osea richiama il tempo del deserto come il tempo del 'fidanzamento' tra il Signore e il popolo (cf. Os 2,16-17).
Nel monastero di San Giorgio vi è anche una tradizione legata a san Gioacchino. Si narra che Gioacchino e Anna non avevano figli, mentre era importante, in particolare, avere un figlio maschio che assicurasse una discendenza, la continuità della famiglia, ed era segno di benedizione. A San Giorgio si ricorda una rivelazione a Gioacchino in pianto per la mancanza di una discendenza: avrebbe avuto non un figlio, ma una figlia. Qui la tradizione colloca l'annuncio della nascita di Maria, una figlia, ma da cui sorge una discendenza speciale, tramite il figlio Gesù.
Il monastero di San Giorgio è luogo di deserto, silenzio, ascolto, essenzialità, prova, ma anche luogo di consolazione.
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domenica 19 aprile 2020
Amata Siria
Amata Siria: con questa espressione papa Francesco fa riferimento ad un'area in cui il cristianesimo ha avuto il suo primo sviluppo. Pensiamo in particolare ad Antiochia di Siria, o Antiochia sull'Oronte, che dal 1924 è inserita nel territorio della Turchia.
Oggi ad Antiochia rimane, come segno di una importante storia, una chiesa rupestre chiamata Grotta di S. Pietro. La presenza della comunità cristiana consta di pochi membri. Eppure questa è stata la sede di una Chiesa di grande rilievo, nominata nei primi secoli del cristianesimo accanto a Roma, Costantinopoli, Gerusalemme e Alessandria.
Ad Antiochia arrivarono dei cristiani fuggiti da Gerusalemme, a causa della persecuzione scoppiata dopo il martirio di Stefano (cf. At 8,1-2.4; 11,19-21). Questi portarono l'annuncio del vangelo, che fu accolto: si formò una comunità tale che ne giunse notizia a Gerusalemme. Allora la Chiesa di Gerusalemme mandò lì Barnaba. L'annuncio viene portato da battezzati; successivamente vi arriva Barnaba inviato da Gerusalemme (cf. At 11,22-24); poi vi starà per circa un anno Saulo-Paolo, condotto lì da Barnaba (cf. At 11,25-26); e si ha notizia anche della presenza di Pietro ad Antiochia (cf. Gal 2,11).
In tempi più recenti, XVIII secolo, ricordiamo - per analogia con questa storia antica - la prima diffusione del vangelo in Corea per opera di battezzati.
Antiochia viene ricordata come il luogo in cui ebbe origine il termine 'cristiani'; prima i credenti in Cristo erano designati come 'discepoli della Via'. Ma Antiochia è anche il luogo in cui inizia l'evangelizzazione dei pagani (cf. At 11,19). I primi credenti erano giudeo-cristiani, e fu necessaria una rivelazione - così si narra in Atti 10 - per comprendere che la salvezza è per tutti i popoli: Pietro, guidato dallo Spirito - primo protagonista di Atti degli Apostoli -, riconosce che Dio non fa alcuna discriminazione, e accoglie persone provenienti da qualsiasi popolo (cf. At 10,1-36). Proprio ad Antiochia, comunque, si inaugura la predicazione ai pagani.
La Chiesa di Antiochia si presenta dagli inizi con una organizzazione particolare, di tipo carismatico: alla guida vi sono profeti e maestri (cf. At 13,1). Da Antiochia parte anche il primo viaggio missionario, sempre per ispirazione dello Spirito (cf. At 13,2-3). Ad Antiochia si colloca anche la redazione del Vangelo di Matteo.
Nelle lettere di Ignazio, vescovo di Antiochia, vi è la testimonianza su questa Chiesa (II secolo d.C.): si percepisce che si tratta di una Chiesa strutturata, così come lo saranno presto tutte le Chiese, con alla guida un vescovo, insieme a presbiteri e diaconi.
Tutto il territorio della Siria è ricco della memoria del sorgere del cristianesimo. Di origine siriaca è la Didachè (II secolo d.C.), che ci consegna anche uno dei primi testi per la liturgia. Tra i luoghi che mantengono delle preziose tradizioni in Siria ricordiamo Ma'loula, presso Damasco. In un monastero si fa memoria di Santa Tecla, discepola di San Paolo; nel monastero di San Sergio i pellegrini arrivando - quando ciò era possibile - ricevevano il dono di ascoltare da un monaco la preghiera del Padre nostro in aramaico, la lingua del tempo di Gesù e mantenuta in uso in questo villaggio, ed in altri due.
Così come guardiamo con gratitudine a Gerusalemme, la Chiesa madre di tutte le Chiese, ricordiamo la Chiesa di Antiochia di Siria, l'amata Siria, significativa per il cammino delle Chiese.
sabato 18 aprile 2020
Tra sogni e attese
In un tempo particolarmente difficile - era in corso la persecuzione del popolo di Israele da parte di Antioco IV - il libro di Daniele viene in soccorso infondendo speranza.
Al capitolo 13, che è in greco e non è presente nel testo del canone ebraico, vi è la scoperta del dono di sapienza del giovane Daniele, che sventa le trame di due giudici iniqui contro Susanna, una giudea fedele.
Nel libro, i protagonisti sono in esilio e propongono uno stile di vita fedele alla Legge per quanti vivono nella diaspora. Si intravede la soluzione e il superamento della prova attraverso le vicende di coloro che, perseguitati, condannati, sono salvati dal Signore che interviene in loro favore (cf. Dn 3 e 6); addirittura il re è condotto alla lode del Dio dei perseguitati (cf. Dn 2,46-49; 3,95-97 [3,28-30 nel testo del canone ebraico, in cui manca la lunga preghiera in greco inserita nel testo in aramaico tra 3,23 e 3,24]).
Nei primi sei capitoli - racconti di corte - emerge Daniele per la sapienza, e con lui anche i suoi compagni; Daniele, inoltre, ha il dono di interpretare i sogni (cf. Dn 1,17; Dn 2 e Dn 4-5). Daniele richiama Giuseppe alla corte del faraone, anche lui un sapiente di corte capace di spiegare il significato dei sogni (cf. Gen 37-50).
I sogni che Daniele è chiamato ad interpretare fanno vedere la fine prossima della tirannia: mentre si parla di un tempo remoto, si guarda alla persecuzione in corso da parte di Antioco IV. Il futuro in qualche misura è già presente, e il libro invita a confidare nel Signore. Il Signore sostiene, può vincere la morte, elargisce la vera sapienza che consente di comprendere il senso della storia che, mentre è stravolta dal male, è orientata alla salvezza.
Il capitolo 7 si apre con un sogno di Daniele, che si completa con la visione di un regno veniente dal cielo, mentre i regni terreni sono destinati alla fine.
Inoltre, mentre a Gerusalemme il culto è interrotto, perché il tempio è stato profanato, emerge il sacrificio gradito a Dio che coinvolge tutta la persona del credente: è la sua vita di testimonianza e di lode.
Intensa la preghiera al capitolo 9 in cui si riconosce la giustizia di Dio e si invoca la sua misericordia: «Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, guarda e agisci senza indugio, per amore di te stesso, mio Dio, poiché il tuo nome è stato invocato sulla tua città e sul tuo popolo» (Dn 9,19).
Al capitolo 13, che è in greco e non è presente nel testo del canone ebraico, vi è la scoperta del dono di sapienza del giovane Daniele, che sventa le trame di due giudici iniqui contro Susanna, una giudea fedele.
Nel libro, i protagonisti sono in esilio e propongono uno stile di vita fedele alla Legge per quanti vivono nella diaspora. Si intravede la soluzione e il superamento della prova attraverso le vicende di coloro che, perseguitati, condannati, sono salvati dal Signore che interviene in loro favore (cf. Dn 3 e 6); addirittura il re è condotto alla lode del Dio dei perseguitati (cf. Dn 2,46-49; 3,95-97 [3,28-30 nel testo del canone ebraico, in cui manca la lunga preghiera in greco inserita nel testo in aramaico tra 3,23 e 3,24]).
Nei primi sei capitoli - racconti di corte - emerge Daniele per la sapienza, e con lui anche i suoi compagni; Daniele, inoltre, ha il dono di interpretare i sogni (cf. Dn 1,17; Dn 2 e Dn 4-5). Daniele richiama Giuseppe alla corte del faraone, anche lui un sapiente di corte capace di spiegare il significato dei sogni (cf. Gen 37-50).
I sogni che Daniele è chiamato ad interpretare fanno vedere la fine prossima della tirannia: mentre si parla di un tempo remoto, si guarda alla persecuzione in corso da parte di Antioco IV. Il futuro in qualche misura è già presente, e il libro invita a confidare nel Signore. Il Signore sostiene, può vincere la morte, elargisce la vera sapienza che consente di comprendere il senso della storia che, mentre è stravolta dal male, è orientata alla salvezza.
Il capitolo 7 si apre con un sogno di Daniele, che si completa con la visione di un regno veniente dal cielo, mentre i regni terreni sono destinati alla fine.
Intensa la preghiera al capitolo 9 in cui si riconosce la giustizia di Dio e si invoca la sua misericordia: «Signore, ascolta! Signore, perdona! Signore, guarda e agisci senza indugio, per amore di te stesso, mio Dio, poiché il tuo nome è stato invocato sulla tua città e sul tuo popolo» (Dn 9,19).
venerdì 17 aprile 2020
La Cupola della Roccia
La Gerusalemme vecchia, circondata da mura che - così come sono osservabili oggi - sono dell'epoca di Solimano il Magnifico (1520-1566), comprende l'altura della spianata, sulla quale emerge la Cupola della Roccia, edificata tra il 688 e il 691 d.C.
Fu Salomone ad estendere verso nord la città di Davide - una piccola area oggi fuori dalle mura della città vecchia - ed a porre su questa altura il tempio.
Un pellegrino cristiano, il Pellegrino di Bordeaux (333 d.C.), fa pensare - con la sua testimonianza relativa a questo luogo - che la roccia, che si trova all'interno dell'edificio che oggi si ammira, sia l'altare del sacrificio del tempio di epoca erodiana.
La Cupola della Roccia è un edificio a pianta ottagonale che commemora l'ascensione al cielo di Muhammad dopo il suo viaggio notturno a Gerusalemme; ma non solo: il luogo rimanda alla figura di Abramo. L'edificio sorge intorno ad una roccia, sotto la quale vi è una grotta, detta 'il Pozzo delle Anime'.
Nel 1545 Solimano il Magnifico fece sostituire con mattonelle i mosaici che si trovavano all'esterno dell'edificio, che erano danneggiati e che avevano già avuto bisogno di restauri. Le mattonelle sono state sostituite nel corso di ulteriori restauri, nel 1956-62.
All'interno della Cupola vi sono mosaici realizzati da artisti cristiani. Anche se i mosaici sono stati restaurati mantengono i disegni originali, che secondo l'uso islamico comprendono vegetazione e non immagini.
La spianata è luogo di preghiera per l'Islam. Sulla spianata, oltre alla Cupola della Roccia, vi è la moschea el-Aqsa, la lontana: tale nome richiama la tradizione secondo la quale Gerusalemme è il luogo più lontano in cui sia stato portato Muhammad nel suo viaggio notturno.
giovedì 16 aprile 2020
Alzo gli occhi verso i monti
La meta del pellegrinaggio, Gerusalemme, si raggiunge per un deserto roccioso. Si va verso l'alto, perché Gerusalemme è a circa 800 metri sopra il livello del mare.
I salmi delle salite (cf. Sal 120-134) sottolineano il senso di questo percorso, materiale e spirituale. Questi salmi, detti anche graduali, si pregavano ascendendo, alla fine del pellegrinaggio, per i gradini che portavano al tempio: la Mishnah - commento legislativo alla Legge - ricorda i quindici gradini che si dovevano percorrere per accedere al tempio.
La raccolta dei salmi delle ascensioni si trova all'interno della quinta parte del libro dei salmi.
Salmi è un libro con una sua articolazione. Ogni libro della Bibbia ha una sua composizione ed una struttura. Il libro dei Salmi si riconosce suddiviso in cinque parti: cinque libri (Sal 1-41; 42-72; 73-89; 90-106; 107-150), in analogia ai primi cinque libri che formano la Torah o Pentateuco.
Il quinto libro comprende due raccolte: i salmi dell'Hallel, canto di lode per le grandi feste (cf. Sal 113-118); e i canti delle salite (cf. Sal 120-134), canti del pellegrinaggio.
Queste due raccolte fanno emergere il salmo centrate del quinto libro: il Salmo 119, salmo alfabetico e lunga meditazione sulla Legge, tema portante di tutto il libro dei salmi.
Nei salmi delle salite si avverte il senso di attesa e la speranza, guardando a Gerusalemme, casa dove Dio dimora. Per arrivarvi, il percorso è cosparso di difficoltà, ma si è sostenuti da Dio stesso: come Sion, la piccola altura conquistata da Davide, è circondata e come custodita dai monti circostanti, così è per chi confida nel Signore (cf. Sal 125,1-2).
Il pellegrinaggio è anche tempo per ripensare al passato, mentre si è proiettati al futuro. Il passato è la storia dei benefici di Dio per il popolo tutto, ma anche per ciascuno: è una storia di liberazione (cf. Sal 124.126).
Infine si giunge alla riscoperta della bellezza della comunione con Dio e con i fratelli (cf. Sal 133-134). Avendo sperimentato che le grandi cose le compie il Signore, ci si affida a lui con la consapevolezza della propria piccolezza: ciò dà forza, serenità e pace (cf. Sal 131).
mercoledì 15 aprile 2020
Sotto il portico di Salomone
La spianata sulla quale emerge la Cupola della Roccia, sopra il muro occidentale, fino al 70 d.C. era il luogo del tempio di Gerusalemme con i suoi cortili: luogo caro ad ebrei e cristiani. Sì, anche ai cristiani, e non solo per la radice comune.
I vangeli presentano Gesù nel tempio. All'interno dell'edificio del tempio entravano soltanto i sacerdoti e i leviti, per il loro servizio. Quando si parla di Gesù al tempio, generalmente si tratta di episodi collocati nei cortili del tempio, quasi sempre nel cortile dei gentili o presso il portico di Salomone. Nel cortile dei giudei si può collocare il dialogo del giovane Gesù con i dottori del tempio (cf. Lc 2,41-50).
In Marco 11,15-19 si riferisce l'episodio della purificazione del tempio, in genere ricordato come cacciata dei venditori dal tempio: il Vangelo di Marco è stato completato prima del 70 d.C., e in questo caso si nota che la citazione di Isaia 56,7 comprende la notazione sul fatto che quella deve essere casa di preghiera per tutti i popoli. Mentre, ad esempio, in genere le citazioni veterotestamentarie sono più ampie in Matteo, in questo caso è al contrario.
In Marco 11,15-19 si legge: «Giunsero a Gerusalemme. Entrato nel tempio, si mise a scacciare quelli che vendevano e quelli che compravano nel tempio; rovesciò i tavoli dei cambiamonete e le sedie dei venditori di colombe e non permetteva che si trasportassero cose attraverso il tempio. E insegnava loro dicendo: "Non sta forse scritto:
La mia casa sarà chiamata
casa di preghiera per tutte le nazioni?
Voi invece ne avete fatto un covo di ladri".
Lo udirono i capi dei sacerdoti e gli scribi e cercavano il modo di farlo morire. Avevano infatti paura di lui, perché tutta la folla era stupita del suo insegnamento. Quando venne la sera, uscirono fuori dalla città».
Nel testo di Marco si guarda al cortile dei gentili, i pagani, come luogo di preghiera, e non come un luogo di passaggio o utilizzato per altro. Dopo la caduta del tempio, questa sottolineatura perde d'importanza.
In Isaia 25,6-10 vi è la visione del banchetto finale sul monte, termine che rimanda a Gerusalemme, ed è banchetto preparato per tutti i popoli.
In Giovanni 10,22-23 si osserva Gesù a Gerusalemme per la festa di Hanukkah, la festa della dedicazione del tempio, proprio nel portico di Salomone. Un momento difficile, tanto che poi si ritirò al di là del Giordano (cf. Gv 10,40). Vari episodi si collocano nell'area dei cortili del tempio, e Gesù durante il processo davanti a Caifa afferma: «Io ho parlato al mondo apertamente; ho insegnato nella sinagoga e nel tempio» (Gv 18,20).
La spianata - che si osserva bene anche dal monte degli Ulivi, al di là della valle del Cedron - è un luogo carico di ricordi evangelici.
martedì 14 aprile 2020
Gerusalemme
A Gerusalemme il muro della preghiera, il muro occidentale, detto popolarmente 'muro del pianto', è la meta del pellegrinaggio degli ebrei.
Si tratta del muro occidentale della collina sulla quale vi era il tempio fino al 70 d.C., quando i romani lo distrussero durante l'assedio realizzato sotto il comando di Tito. L'assedio fu posto dal monte Scopus e, secondo le narrazioni, da un incendio accidentale fu provocato il crollo del tempio.
Da 63 a.C. i romani avevano il controllo della Palestina. La prima rivolta giudaica, che esplose nel 66 d.C., fu la causa - infine - dell'assedio di Gerusalemme.
L'attuale piazza antistante il muro è stata organizzata dal 1967.
Oggi, davanti al muro vi sono due cortili, uno per gli uomini ed uno per le donne. Tale divisione richiama i cortili che vi erano attorno al tempio di Gerusalemme.
Le grandi pietre che si vedono nella parte bassa del muro - pietre con dei margini tipici delle costruzioni erodiate - sono dell'epoca di Erode: nel 20 a.C. Erode il Grande aveva fatto costruire delle mura per sostenere la spianata del tempio. La parte superiore del muro ha subito danni ed è stata restaurata nel VII secolo dagli omayyadi, ma con pietre di fattura diversa, squadrate e senza margini; ed ancora un restauro con pietre più piccole fu fatto dopo il terremoto del 1033.
Il muro occidentale è il centro ideale del quartiere ebraico della parte antica della città di Gerusalemme.
lunedì 13 aprile 2020
Verso Gerusalemme
Se Gerusalemme è il punto di arrivo e di partenza del pellegrinaggio dei cristiani, nell'opera di Luca - Vangelo di Luca e Atti degli Apostoli - Gerusalemme ha un ruolo centrale.
Il Vangelo di Luca narra gran parte del tempo della predicazione di Gesù come un cammino verso Gerusalemme. A partire da Luca 9,51 si legge che Gesù «si diresse decisamente verso Gerusalemme». Si avverte l'intenzionalità del volgersi verso il luogo del compimento del suo servizio.
E da Gerusalemme partirà l'annuncio: «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme» (Lc 24,46-47).
Sfogliando le pagine dell'opera lucana ci accorgiamo che il Vangelo di Luca inizia e finisce a Gerusalemme. Anzi, più precisamente, nel tempio di Gerusalemme (cf. Lc 1,5-22; 24,52-53). Il riferimento a Gerusalemme si ritrova, già prima dell'avvio del cammino di Gesù verso Gerusalemme, in punti chiave. Nei primi due capitoli di Luca, detti 'vangeli dell'infanzia', dopo l'apertura nel tempio con l'annuncio a Zaccaria della nascita di Giovanni (cf. Lc 1,5-25), tutto si conclude con il pellegrinaggio a Gerusalemme per la Pasqua, in quella occasione in cui Gesù si ferma a discutere con i dottori del tempio, e dove viene ritrovato da Maria e Giuseppe (cf. Lc 2,41-50).
Anche le tentazioni nel deserto si concludono a Gerusalemme, e ciò vale solo per il Vangelo di Luca; una annotazione finale fa guardare al tentatore in ritirata ma pronto a ripresentarsi a Gerusalemme per provocare la condanna di Gesù (cf. Lc 4,9-13; Lc 22,1-3).
Il cammino di Gesù verso Gerusalemme viene scandito nel testo in tre momenti (cf. Lc 9,51; 13,22; 17,11). Quindi in Luca 19,28 inizia la salita verso Gerusalemme.
Quando fu vicino alla città, alla sua vista, pianse su di essa (cf. Lc 19,41), quindi entrò nel tempio (cf. Lc 19,45).
Da qui in poi, tutto si svolge a Gerusalemme. Eventi centrali sono la passione, morte, sepoltura, resurrezione e ascensione al cielo (cf. Lc 22-24 e At 1,1-11). Sempre in Gerusalemme si colloca la discesa dello Spirito Santo, dopo l'elezione di Mattia nel gruppo dei Dodici, e l'inizio della predicazione con le vicende della prima comunità cristiana (cf. At 1-5).
A partire da Atti 6 si prepara la diffusione del vangelo fuori da Gerusalemme, verso la Samaria, e via via verso gli estremi confini della terra, come indicato in Atti 1,8: «mi sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino agli estremi confini della terra».
In Atti, Gerusalemme rimane - comunque - punto di riferimento: lì vi è la Chiesa Madre di tutte le Chiese. Così si farà riferimento a Gerusalemme per dirimere una questione cruciale in quel tempo, riguardante le condizioni per l'ammissione dei pagani nella comunità (cf. At 15,1-33). Gerusalemme è anche nell'orizzonte di Paolo quando vorrà tornarvi per rendere la sua testimonianza di fede, sull'esempio di Gesù Maestro che si è recato a Gerusalemme sapendo ciò che lo attendeva (cf. At 19,21; 20,22-24).
Al di là dei testi lucani, Gerusalemme ha una valenza di rilievo nella Scrittura tutta. Qui accenniamo soltanto al Salmo 122, uno dei salmi delle ascese (cf. Sal 120-134), e cioè che venivano cantati - alla fine del pellegrinaggio - salendo al tempio di Gerusalemme. Nel Salmo 122 guardare a Gerusalemme va oltre la meta terrena. Alla fine del libro dell'Apocalisse vi è la visione della Gerusalemme che discende dai cieli (cf. Ap 21-22). Il salmo - che è una preghiera - inizia dicendo: «Quale gioia, quando mi dissero:"Andremo alla casa del Signore"» (Sal 122,1).
domenica 12 aprile 2020
Si riparte!
Più volte ho pensato di riprendere questo blog, nato all'interno di un corso di aggiornamento. Il blog è sorto come luogo di incontro presso dei luoghi da visitare, ed in particolare quelli che portano pellegrini in Terra Santa, nome in uso tra i credenti per la terra di Canaan, Israele, Palestina.
Il Santo Sepolcro è la meta finale e il fulcro del pellegrinaggio. Ma è un sepolcro vuoto, che invita ad andare oltre.
Proprio oggi, nel giorno di Pasqua, provo a riprendere il 'viaggio'.
Il tema del viaggio non si limita a far pensare al percorrere delle strade per raggiungere un luogo. Il viaggio prepara incontri, un libro può far viaggiare...
Oggi, però, mentre tutti si è impossibilitati al muoversi, riprendo questo spazio partendo da un testo che si ritrova su una immaginetta della Basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme.
Qui
Qui Gesù è morto ed è risorto.
Qui si è consumato il dramma più grande.
Qui si vive la più triste delle divisioni.
Qui trova posto la sporcizia del mondo.
Qui, nel bene e nel male, la Storia si raccoglie.
Qui la superficialità mostra tutta la sua stoltezza.
Qui le lacrime trovano l’amore.
Qui la fede esalta l’uomo.
Qui la violenza allontana l’uomo da Dio, ma non Dio dall’uomo.
Qui l’amore traduce l’assurdo in salvezza.
Qui la croce precede la risurrezione.
Qui il vuoto di una tomba annuncia la vita.
Qui la morte muore e la vita vive.
Qui sei arrivato tu.
E adesso… dove andrai?
“Non abbiate paura!
Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso.
È risorto, non è qui”
In questa Pasqua tanto particolare, mi è venuto in mente questo testo che, alla fine di un percorso nei luoghi, invita a cambiare prospettiva. Proprio come avviene oggi.
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