Il Getsèmani, luogo del torchio, è identificato alla base del Monte degli Ulivi come il luogo dell'arresto e della preghiera di Gesù. Nella grotta dell'arresto vi sono i segni della venerazione del luogo fin dai primi secoli del cristianesimo.
Gesù si avvia al Getsèmani cantando: «Amo il Signore perché ascolta il grido della mia preghiera (Sal 116,1)… Ogni uomo è inganno (Sal 116,11)… Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli (Sal 116,15)… Ti rendo grazie, perché mi hai esaudito, perché sei stato la mia salvezza. La pietra scartata dai costruttori è divenuta testata d’angolo; ecco l’opera del Signore, una meraviglia ai nostri occhi (Sal 118,21-23)… Celebrate il Signore, perché è buono: eterna è la sua misericordia (Sal 118,29)».
Si è conclusa la cena e Marco dice che «cantato l’inno, uscirono» (Mc 14,26), cioè al canto dei salmi dell’Hallel, come in uso alla fine della cena pasquale.
Marco, in modo particolare, sottolinea lo stato d’animo di Gesù, senza attenuare la situazione drammatica: «cominciò a sentire paura e angoscia» (Mc 14,33); riporta anche una sua prima richiesta che «se fosse possibile passasse via da lui quell’ora» (Mc 14,35).
Accanto a Gesù vi sono i tre che gli sono più vicini e davanti ai quali, nell’amicizia, non ha un riserbo tale da celare ciò che sta provando: si tratta di Pietro, Giacomo e Giovanni. Gli stessi sono presenti nei momenti in cui manifesta la sua identità con potenza, come quando richiama in vita la figlia di Giairo (cf. Mc 5,37) e poi alla trasfigurazione (cf. Mc 9,2); ora sono lì, nel tempo della paura e del dolore mentre Gesù sta per andare incontro alla morte.
Il momento è fortemente drammatico, e Marco vuole fare ‘ascoltare’ la preghiera di Gesù, unica e irripetibile, e per questo la riporta in aramaico, la lingua in uso al tempo: «Abbà!». È come se volesse far percepire con che tono, con quale affetto, dolore, fiducia… si rivolge al Padre.
Marco scrive per un ambiente che non conosce l'aramaico, eppure più di altri riporta delle espressioni di Gesù in quella che era la lingua in uso. Così fa anche quando presenta Gesù in croce che grida al Padre, riferendo quel grido-preghiera di Gesù (cf. Mc 15,34).
In entrambe queste occasioni si manifesta il rapporto-legame col Padre. Anzi, Marco dice che il centurione che stava davanti alla croce, proprio dal modo in cui Gesù muore riconosce che è Figlio di Dio (cf. Mc 15,39). In altre due occasioni Marco riporta le espressioni di Gesù in aramaico, e si tratta di manifestazioni della sua identità: la resurrezione della figlia di Giàiro (cf. Mc 5,21-24.35-43) e la guarigione del sordomuto (cf. Mc 7,31-37).
Il grido-preghiera di Gesù dalla croce rimanda alla presenza del Padre a cui si rivolge, una presenza silenziosa, percepibile in quelle pesanti tre ore di tenebre (cf. Mc 15,33; Sal 22,4); pur sperimentando un dolore che produce come uno ‘spezzarsi del cuore’, quella preghiera esprime la certezza che il Signore non nasconde il suo volto ed ascolta il grido del povero nell’afflizione (cf. Sal 22,3.25). Questo modo, incomprensibile, di relazionarsi di Gesù al Padre viene colto dal centurione, che vede ‘come muore’ e dichiara: «Davvero quest’uomo era Figlio di Dio» (Mc 15,39).
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