A Gerusalemme, la Basilica - nota come Chiesa delle Nazioni - che vuole ricordare la preghiera di Gesù nel Getsèmani (cf. Mt 26,36-46; Mc 14,32-42; Lc 22,40-46), e che si trova alla base del Monte degli Ulivi, è connotata all'interno da un colore cupo: è il tempo della prova. Inoltre, presso l'altare vi è una pietra circondata da elementi che richiamano delle trincee: l'architetto A. Barluzzi aveva davanti agli occhi il tempo drammatico appena vissuto della prima guerra mondiale.
La chiesa che si ammira è l'ultima realizzazione sul luogo venerato, 'a un tiro di sasso' (cf. Lc 22,41) dal luogo che ricorda l'arresto di Gesù.
La preghiera di Gesù, in quel momento drammatico presenta la preghiera come lotta. Un rimando è a Giacobbe che lottò con Dio: «Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell'aurora» (Gen 32,25). La preghiera come lotta si risolve in una diminuzione-vincente: «l'articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: "Lasciami andare, perché è spuntata l'aurora". Giacobbe rispose: "Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!". Gli domandò: "Come ti chiami?". Rispose: "Giacobbe". Riprese: "Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché .hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!"» (Gen 32,26-29).
Nel Getsèmani Gesù lotta: la sua preghiera al Padre è vissuta nel tempo della paura e nell'angoscia (cf. Mc 14,33). Infine, torna dai discepoli - che si sono addormentati - pronto ad «essere consegnato nelle mani dei peccatori» (Mc 14,41).
Giacobbe esce sciancato dalla preghiera-lotta con Dio; Gesù si predispone allo svuotamento fino alla morte e alla morte di croce (cf. Fil 2,7-8). Una diminuzione che non ha eguali. Ma proprio «per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome, perché nel nome di Gesù ogni ginocchio si pieghi nei cieli, sulla terra e sotto terra, e ogni lingua proclami: "Gesù Cristo è Signore!", a gloria di Dio Padre» (Fil 2,9-11).
La vittoria non è solo per lui, ma la offre a tutti i fratelli: «Conveniva infatti che Dio - per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria - rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza. Infatti, colui che santifica e coloro che sono santificati provengono tutti da una stessa origine; per questo non si vergogna di chiamarli fratelli, dicendo: Annuncerò il tuo nome ai miei fratelli, in mezzo all'assemblea canterò le tue lodi; e ancora: Io metterò la mia fiducia in lui; e inoltre: Eccomi, io e i figli che Dio mi ha dato. Poiché dunque i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Cristo allo stesso modo ne è divenuto partecipe, per ridurre all'impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita» (Eb 2,10-15).
La preghiera come lotta, contendere con Dio, richiama anche Giobbe, che grida a Dio il suo dolore, chiedendo il perché delle sue sofferenze: «Ho gioito forse della disgrazia del mio nemico? Ho esultato perché lo colpiva la sventura? Ho permesso alla mia lingua di peccare, augurandogli la morte con imprecazioni? La gente della mia tenda esclamava: "A chi non ha dato le sue carni per saziarsi?". All'aperto non passava la notte il forestiero e al viandante aprivo le mie porte. Non ho nascosto come uomo la mia colpa, tenendo celato nel mio petto il mio delitto, come se temessi molto la folla e il disprezzo delle famiglie mi spaventasse, tanto da starmene zitto, senza uscire di casa. Se contro di me grida la mia terra e i suoi solchi piangono a una sola voce, se ho mangiato il suo frutto senza pagare e ho fatto sospirare i suoi coltivatori, in luogo di frumento mi crescano spini ed erbaccia al posto dell'orzo. Oh, avessi uno che mi ascoltasse! Ecco qui la mia firma! L'Onnipotente mi risponda!» (Gb 31,29-38).
Nel dolore, Giobbe si rivolge a Dio: questa è la sua piccolezza-grandezza. I salmi mostrano come chi non ha altro aiuto, altro sostegno, altra forza, può gridare a Dio il suo dolore, e a lui affidarsi. Vi sono circostanze in cui ci si rende conto di non avere altri cui rivolgersi, né altri che possano rispondere alle proprie domande. Giobbe ha perso tutto, ma ha voce per gridare a Dio, e questa sarà la sua forza. Dio riconosce che Giobbe è stato saggio (cf. Gb 42,7). E Giobbe viene ricompensato oltre misura (cf. Gb 42,12-15).
Gesù in croce grida al Padre, e questo lo svela agli occhi del centurione che gli sta davanti come Figlio di Dio (cf. Mc 15,34-39). Gesù si mostra già in relazione col Padre, poi la luce della resurrezione splenderà appieno nel giorno Pasqua.
Il tempo del buio, di qualsiasi tipo di buio, evocato dall'interno della basilica, ha un termine: «Ma di nuovo vivranno i tuoi morti. I miei cadaveri risorgeranno! Svegliatevi ed esultate voi che giacete nella polvere. Sì, la tua rugiada è rugiada luminosa, la terra darà alla luce le ombre» (Is 26,19).
Per ciascuno vi è un tempo connotato dal buio, che non può essere affrontato da soli, con le sole proprie forze. Ma «anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me» (Sal 23,4). Gesù attraversa il buio della prova e della morte, lo vince ed è il pastore che dà la vita per le sue pecore, perché abbiano la vita in abbondanza (cf. Gv 10,10-15).
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